Un anno fa la morte di Mimmo Mennitti, il sindaco che restituì dignità a Brindisi

Un anno fa, nella notte tra il 5 e il 6 aprile, se ne andava Mimmo Mennitti, una delle più grandi personalità che la politica brindisina abbia espresso. Vi riproponiamo l’articolo che, con grande dolore vista l’amicizia e la stima nei suoi confronti, scrivemmo nelle ore successive alla sua scomparsa. Fa specie che non sia stata prevista alcuna manifestazione per ricordarlo.

di GIANMARCO DI NAPOLI

Non era uno simpatico né cercava di esserlo. Non era accomodante e non fingeva di poterlo diventare. Del grande politico aveva l’eloquenza, del buon giornalista la capacità di giungere subito al punto. Non si offendeva se lo chiamavi fascista perché lui si sentiva uomo di destra, profondamente di destra. “Fascista” lo sembrava davvero quando prendeva una decisione e non c’era verso di fargliela cambiare, e diventava paonazzo, e urlava, con quella voce che diveniva sempre più rauca.

Lo potevi sentire parlare per ore, anche quando si trovava a dire quelle due frasi di rito per patrocinare convegni, manifestazioni, appuntamenti. Frasi che gli altri riempiono di luoghi comuni e che invece lui trasformava in piccoli capolavori di eloquenza, parlando rigorosamente a braccio, e infilando qua e là qualche battuta in dialetto che, detta da lui, dava l’effetto scenico di una citazione latina.

Mimmo Mennitti è stato il sindaco che ha vestito Brindisi con la cravatta Marinella, sua autentica passione, facendo salire rapidamente le quotazioni di una città che era stata prima Marlboro City e poi il covo dei tangentisti, riassegnandole una dignità culturale e umana che era stata perduta. Una città che si è riscoperta all’improvviso all’altezza di gestire un teatro che non era stato mai aperto perché considerato troppo grande per le miserie di una comunità che fino a poco tempo prima si era  nutrita di pane e contrabbando. E che proprio partendo dal foyer del “Verdi” ha preso consapevolezza dei propri mezzi ritrovando stimoli e ambizioni.

Eppure Mennitti non aveva esattamente le fisique du role tipico di un sindaco, avendo trascorso la sua vita amministrativa tra i banchi dell’opposizione e poi quella parlamentare tra gli scranni di Montecitorio e quelli di Bruxelles. Un grandissimo politico che aveva mancato di un soffio la segreteria del Msi e che poi aveva consumato la sua piccolo vendetta politica nei confronti di Gianframco Fini diventando  l’ideologo di Forza Italia, l’uomo che aveva spiegato a Berlusconi come fare politica mettendo in un angolo la destra originaria.

Indossando la fascia tricolore, Mennitti ebbe la lucidità di non supporre di poter cambiare tutto. Non sarebbe stato in grado di farlo, e neppure ne avrebbe avuto il tempo. E forse non ne aveva neanche la voglia. Puntò invece a restituire dignità alla città da un lato con un’opera di catechizzazione del nuovo staff governativo e dall’altro con una determinata azione di rilancio dell’immagine, sia all’interno – con l’intento di restituire ai brindisini la consapevolezza di aver fatto parte della storia e di essere nelle condizioni di poterla ancora condizionare ed esserne protagonisti, sia all’esterno, intuendo che il riposizionamento culturale, con l’apertura di un grande contenitore di eventi (il teatro Verdi) e la trasformazione del palazzo del sindaco in museo in grado di ospitare mostre di portata internazionale, potesse riportare Brindisi a un livello di considerazione che era pressoché azzerato. Una lenta opera di convincimento e autoconvincimento, sfociata nel delizioso e onirico progetto di candidare la città a capitale europea della cultura.

Brindisi nel 2004 aveva necessità di recuperare dignità e autostima, coraggio e coscienza delle proprie risorse. E soprattutto la consapevolezza che il pragmatismo sincopato di Antonino aveva avuto un’efficacia momentanea ma che alla lunga aveva provocato danni gravi e in certi casi irreversibili.

E Mennitti seppe lavorare benissimo in questo senso, tirando fuori l’abito buono della città e facendo in modo che il suo entourage per sette anni mantenesse immacolata la fedina del Palazzo: nessuna informazione di garanzia riuscì a lambire – durante il suo primo mandato- amministratori o dirigenti per reati legati alle tipiche ruberie dei colletti bianchi.

Avrebbe potuto chiudere la sua esperienza alla fine del primo mandato e probabilmente l’avrebbe anche fatto se si fosse reso conto di poter lasciare il timone a qualcuno in grado di proseguirne il percorso, integrandolo con quel dinamismo cui, per questioni anagrafiche e formazione culturale, lui aveva rinunciato. E invece si era probabilmente accorto che Brindisi avrebbe rischiato di tornare ad appiattirsi sulle vecchie logiche di potere, con un partito indebolito a livello nazionale dalle disavventure del suo leader e annientato a livello locale.

Indossando per la seconda volta la fascia tricolore aveva forse già messo in preventivo di non riuscire a portare a termine il mandato.

In questi mesi di malattia è vissuto nella sua casa in Centro, coccolato dai suoi famigliari e accogliendo spesso vecchi amici che non hanno smesso di cercare i suoi consigli. Accanto a lui, sino all’ultimo, la compagna di tutta la vita: Marisa Gualtieri è stata moglie, madre, consigliera, sostenitrice. Al suo fianco dai tempi del Liceo classico, quando si erano conosciuti giovanissimi tra i banchi di scuola. Un amore durato quasi sessant’anni, alimentato dalla passione comune per i libri e per la politica. In prima fila, sempre, ad ascoltarlo, con gli stessi occhi innamorati del primo giorno.

Lo accompagnerà anche oggi, per l’ultima volta, a Palazzo Nervegna. E lì, nella sala della Colonna, Brindisi potrà rendere omaggio al sindaco che riuscì a ridarle dgnità. Mettendo la cravatta a una città che aveva vestito per troppo tempo con la tuta acetata.

(Pubblicato il 6 aprile 2015)