Contrada Carisciola, il canale senza foce un diritto senza voce

Cammino a piedi la terra brindisina e la lentezza è il metro, con cui misuro questo tempo che mi sono concesso. E cammino tra le strade, le contrade ed i borghi della nostra terra e l’occhio vuol vedere, ogni dove il bello e rappresentarlo, non tradendo le difficoltà e le criticità che ogni meta comporta.
Quella di questa settimana è tutta in un rapporto mai nato, tra un paradiso perduto e l’inferno di regole e di sofisticherie da azzeccagarbugli che rendono infernale ogni approccio al pensiero ambientale.
Accade così che l’arcaica bellezza di un alveo torrentizio, mostri, col suo evidente stato di degrado, il difficile rapporto con le regole, che lo vogliono tutelare, custodire, promuovere e valorizzare.
Occupa uno spazio che si insinua nella periferia settentrionale dello storico abitato di Torre Santa Sabina, in contrada Carisciola.
Santa Sabina di Carovigno è nota come la località che ha ricevuto un grande impulso turistico negli ultimi decenni. Una recente campagna di scavi sottomarini, nei pressi di località Camerini, ha ribadito, per l’ennesima volta, il valore storico del luogo già conosciuto nel VII secolo avanti Cristo e certamente, porto di riferimento per il trasporto di mercanzie. Il suo legame con “Carbinia” l’attuale Carovigno, di cui è frazione, è pertanto privilegiato e sentitissimo.
Delle diverse frazioni carovignesi sulla costa adriatica, certamente Torre Santa Sabina è la più importante.
Porto rilevante, certamente sede di un presidio militare con la sua torre costiera, la cui storia andrebbe ricostruita a parte, luogo di passaggio dei pellegrini e dei viaggiatori che transitavano lungo la via Appia Traiana, divenuta di recente parte del cammino della via Francigena.
La sua posizione piana, in buona sostanza allo stesso livello del mare, la sottopose a devastazione durante il maremoto del 1743, quello che seguì il terremoto che squassò la terra d’Otranto.
Il luogo che visito è posto in contrada Carisciola che è separato naturalmente dal centro storico dell’abitato, da un’ampia area disegnata dal corso d’acqua torrentizia, che riviene dalla raccolta delle acque meteoriche, scese dalle retrostanti colline della murgia brindisina, nelle stagioni delle piogge.
Si tratta di un luogo dall’evidente e richiamato interesse archeologico e paesistico, contrappuntato anche da sorgenti d’acqua e dalla presenza di una variegata macchia mediterranea.
Data la sua natura, il disegno che ha definito nel lungo corso delle decine di migliaia di anni, è figlio della violenta rapidità del deflusso della copiosa quantità d’acqua che nel suo agire, ha modellato l’alveo sino a scavarlo e mettendo a nudo ampie ed alte pareti rocciose, che ospitano anfratti e grotte.
Data la estrema vicinanza dell’antico tragitto della via consolare Appia-traiana, quel che si direbbe un paradiso naturale, tutto da capire, vivere e preservare, testimone storico di un passato tutto ancora da perlustrare, è invece ridotto a cloaca stagnante senza foce, né voce.

Durante per il periodo di dominazione bizantina, il territorio circostante era circondato da grotte rupestri, e di cui probabilmente il nome di Santa Sabina risalirebbe al culto dedicato alla Santa in queste grotte.
Tra le pareti il catasto pugliesi delle grotte e delle gravità ne registra una, ma degli altri anfratti nessuno serba memoria ispettiva.
La modellazione del territorio, però, è noto, avviene anche a causa della interazione tra l’uomo, le sue esigenze e le forze naturali. Le due legittime aspettative, non sempre rispondono alla medesima necessità e ciò che pareva diritto, diventa torto.
Sino agli inizi degli anni ’80 restò in discussione persino un piano di risanamento ambientale che pareva voler congegnare la vivibile convivenza tra stato naturale ed esigenze di quella parte di popolazione che a Torre Santa Sabina guardava con l’interesse, per realizzare la propria casa al mare, da fruirne durante il tempo estivo, un quadrimestre, da giugno a settembre, il tempo delle vacanze scolastiche o di sostanziale ferie, per quella classe medio impiegatizia, che a quel tempo sembrava godere di questa possibilità.
L’esigenza rispondeva ad un modello di vacanza che alleggerisse lo stress, allargando lo spazio di agibile libertà.
Nascevano sul modello di villa, abitazioni destinate alla sedentarietà, lontano dai rumori e dalle piazze chiassose. A contrada Carisciola, quel torrente, che in estate era quieto, silenzioso e innocuo, rappresentava una sorta di protezione dal turista mordi e fuggi che disbrigate le faccende di mare, affossato sotto la sua utilitaria da canotti, sedie a sdraio e teglie, era il rappresentante di quel gruppo sociale che razzia lo spazio e deturpa l’ambiente.
Era ancora da venire l’anima ambientalista, che proprio a pochi chilometri da lì, a Torre Guaceto, avrebbe assunto valore di militanza para militare, sottoponendo vincoli e stringenti parametri di fruizione.
Se il mare è un concetto che nessuno considera d’inverno, è pur vero anche nelle fredde e piovose giornate invernali, la cura per il suo ambiente circostante resta a carico delle amministrazioni e di chi vi abita.
L’esplosione abitativa a destinazione vacanziera della Contrada, si è alimentata di un gravame supplitivo, che ha visto mischiare esigenze a bisogni, diritti e piaceri, finendo col comprimere il diritto naturale del canale di Contrada Carisciola, come altri a dire il vero, lasciandolo ai margini di ogni impegno, sino a far divenire conflittuale il rapporto tra ambiente naturale e chi si proponeva di usare parte delle sponde, per la costruzione di una batteria di villette a schiera.
C’è chi parlò di ecomostro e chi adì le vie legali, la risultante è sotto gli occhi di tutti, le villette, tutte bianche e come soldatini in riga, mostrano la loro efficacia abitativa, ma restano orfane e un po’ sole, per non avere come amiche le aree dell’invaso le cui pareti, maestose e bianche, pure esse, restano nascoste dal rigoglìo di un canneto gigantesco e dal ristagno d’acqua che non defluisce al mare, che pure la foce, non esiste un perché, senza far polemica, sfocerebbe, ma non lo fa, nella spiaggia che ha ricevuto pure per diversi anni il riconoscimento di bandiera blu.
Su quel costone continua la costruzione, regolare ed assentita di altre unità abitative, evvivadio, nella coerenza ultradecennale che vede il territorio di Carovigno e le sue contrade, leader di ricettività turistica.

Resta inevasa una pratica che è quella del risanamento dell’alveo per la cui sistemazione ambientale, forse esisterebbero persino fondi appositi, perché di una cosa tutta questa storia può fregiarsi il merito, l’aumento della insalubrità dell’area e la crescita abnorme di insetti a far da principesse le zanzare.
La modificazione delle aree della contrada, che arrivano a mare, data la forte urbanizzazione, convogliano le acque piovane direttamente per il tramite del reticolo stradale al lato nord della spiaggia che invece, per il canale naturale è tappo.
Narra la leggenda che proprio nelle acque nei pressi della torre, fu rinvenuta una statua di Santa Sabina, che della frazione è invocata come patrona.
Per quanto la Santa risalga al primissimo insediamento del cristianesimo a Roma e per questo fu martirizzata, non ci sono evidenze storiche che facciano pensare ad un culto sabiniano in questa parte d’Italia, questo meriterebbe ulteriore motivo di approfondimento, ed accrescerebbe la specificità di un luogo, ma che non di meno lo collega al bisogno di far interagire, una radice popolare tanto profonda, con la disattenzione che invece registra la popolazione carovignese nell’aver cura delle proprie radici ed il proprio ambiente.
Torre Santa Sabina aumenta la propria potenzialità legata all’ascolto delle sue ragioni antiche e profonde, immerse nel mare o celate da un muro di canne, il rischio che il suo habitat urbano sovrapponga a quello naturale ed antico, bisogni ed esigenze che offendono ogni pur semplicistica efficace sfruttamento delle risorse, che cominciano a scarseggiare e mostrare la corda della impossibile prosecuzione su una strada che non ne preservi il valore patrimoniale.
Tra le foto mi emoziona quella che mostra una sedia a sdraio, oltre il muretto di confine, dove il rischio di cadere è alto e una balaustra in legno simula protezione. Tutti ambirebbero sedere a quella sdraio e godersi l’alba sulla mezza luna, nel mentre il frignare delle cicale, il gracidio delle rane e le punture delle zanzare consigliano l’uso presidi medico sanitari per non ascoltarne il vociare e proteggersi dalle numerose punture è necessario, che di questi tempi tra virus e batteri i nemici non si contano.