La battitura della ‘Nzegna al santuario della Madonna del Belvedere

di Alessandro Caiulo

A distanza di tre anni dall’ultima volta, con due edizioni annullate a causa della pandemia, è finalmente ritornata a Carovigno “la battitura della ‘Nzegna“, la festa per eccellenza di questa cittadina messapica, uno spettacolo rievocativo impregnato di folclore e devozione religiosa, che, da oltre novecento anni, si svolge il lunedì, il martedì ed il sabato dopo Pasqua.
Personalmente non sono voluto mancare all’appuntamento del sabato, quello che si incentra nel luogo di devozione identitario di questa vivace comunità del brindisino, vale a dire presso il Santuario di Maria Santissima di Belvedere, posto circa cinque chilometri a sudest di Carovigno, in direzione del capoluogo, non lontano da San Vito dei Normanni e, infatti, fra le migliaia di persone presenti, in stragrande maggioranza carovignesi, molti erano anche i devoti brindisini e sanvitesi.
Prima di descrivere la cerimonia è opportuno fornire qualche cenno storico sia riguardo al Santuario ed al luogo dove sorge, che alla ‘Nzegna ed alla sua origine, in modo che si possa comprendere il perché siano indissolubilmente legati tra loro in un abbraccio che si perde nella notte dei tempi.
Il Santuario prende il nome dalla località in cui sorge, la contrada Belvedere, così chiamata in quanto posta su un’altura ad oltre cento metri di altezza sul livello del mare con un vista panoramica assolutamente privilegiata, da cui si può godere la stupenda piana degli ulivi secolari che si spinge fino al mare e spaziare con lo sguardo da Apani fino a Santa Sabina.

Si tratta di un sistema di grotte, frequentate, prima dell’anno Mille, da monaci di rito bizantino fuggiti dall’Oriente per sfuggire alla furia iconoclasta di Leone Isaurico, rimaste abbandonate per oltre un secolo, fino a perdersene la memoria, quando la comunità greca fu in parte assorbita da quella latina ed in parte trasmigrò altrove scacciata dai normanni, che diventarono nuovamente centro di devozione quando, a cavallo fra l’XI ed il XII secolo furono riscoperte. Sopra di esse, nel XVI secolo fu eretta una chiesa e le due cripte sotterranee, in cui vi sono bellissimi ed antichi affreschi, furono collegate con una lunga scalinata che si spinge fino a una dozzina di metri sotto il livello del suolo. Nel 1875 Alfredo Dentice di Frasso, principe di San Vito dei Normanni e signore di Carovigno restaurò e modernizzò la chiesa in stile neoclassico, rendendola così come ancor oggi la vediamo, apponendo sulla facciata lo stemma nobiliare di famiglia, un dentice, appunto.

Per comprendere, ora, il legame tra questo santuario e la tradizione della ‘Nzegna, dobbiamo andare indietro nel tempo alla riscoperta, in epoca normanna – quando, intorno al 1100, Goffredo era il Signore di Conversano ed il suo potere si spingeva fino a sud di Brindisi – delle cripte affrescate dai monaci basiliani. E questo è un dato storicamente certo, tant’è che vi sono documenti ufficiali risalenti al XII secolo della Curia di Ostuni in cui si specifica che la grotta di Belvedere era officiata dalla Chiesa Latina, ma per sapere qualcosa di più non solo di questo ritrovamento ma anche della nascita della battitura della ‘nzegna, è necessario rifarsi ad una vicenda miracolosa che voglio raccontare utilizzando le parole di un valente storico locale, Enzo Filomena, che ha fatto ordine fra le varie leggende che si erano sovrapposte, elaborandone la versione ufficiale: “Ad un Signore di Conversano da parecchio tempo ammalato, un giorno apparve la Madonna che reggeva sul braccio destro un uccello vivo e sulla sinistra il Bambino Gesù. Quella Signora disse in sogno al povero sofferente che se voleva recuperare la sua salute si sarebbe dovuto recare nelle terre di Carovigno e quivi cercare la sua Immagine sul colle di Belvedere. Il malato non frappose indugio e partì con familiari e servi. Dopo un estenuante viaggio giunse in paese. Credendo che lì il culto alla Madonna già esistesse, domandò dove si trovasse il Santuario, ma rimase abbastanza deluso nel sentirsi rispondere che poco lontano dal paese esisteva soltanto una contrada denominata Belvedere la quale era destinata al pascolo degli armenti. Noleggiata quindi una guida, i diversi uomini che accompagnavano il Signore di Conversano cominciarono a cercare per quella contrada; ma sembrò vano ogni loro sforzo. Si stabilì, allora, di fare ritorno. Ma ad un tratto s’udirono delle grida di aiuto: erano di un mandriano che reclamava la caduta di una sua mucca in un roveto. Per soccorrere la bestia, “replicarono colpi d’acciaro, tagliarono le spine vuoi con la zappa, vuoi col bipenne”, e nel fondo di una spelonca la trovarono. “Come avita storia narra, la vacca era in ginocchi” di fronte all’Icona della Vergine. Il malato, appreso il fatto e trascurando i pericoli della discesa, si fece calare giù. Vide, osservò ed in quella immagine riconobbe la Vergine, apparsagli a Conversano. Pregò e fu guarito. Così, non sapendo ancora come esternare la sua gratitudine a quella gente nel cui territorio aveva potuto trovare la grotta con la Vergine, comprata quella vacca ed ornatala con monili, fasce e ghirlande, la portò su a Carovigno. Qui il suo giullare cominciò a buttare in aria una bandiera multicolore (la ‘nzegna in linguaggio locale, n.d.r.) confezionata occasionalmente ed in maniera rudimentale. Fu questo un efficace sistema di richiamo per i carovignesi che, saputo del miracolo, pregarono anch’essi l’Onnipotente. La loro gioia fu di gran lunga accresciuta quando seppero che quell’animale era loro destinato affinché, alla stessa maniera di quel conversanese, potessero festeggiare il lieto evento con un lauto pranzo. Da qui la prima agape cristiana di derivazione belvederiana”.

Si può ben dire che la battitura della ‘nzegna rappresenta una delle tradizioni più antiche d’Italia ed il suo vessillo, che si presume dai disegni, sia di origine bizantina come le stesse cripte del Belvedere, è una sorta di documento che sancisce la pace ecumenica tra la comunità greca e quella latina che coesistevano a Carovigno. E che quest’anno i festeggiamenti presso la Madonna del Belvedere, protettrice della città, hanno coinciso, come accadeva sempre in passato, con la vigilia della Pasqua ortodossa, ha reso il tutto ancor più suggestivo e denso di significato.
La battitura della ‘nzegna consiste in una danza eseguita da due soggetti che al ritmo di un’antica musica rievocante il tempo sincopato della pizzica salentina, sventolano e lanciano in aria una bandiera multicolore in segno di preghiera e ringraziamento e poi la battono per terra davanti all’immagine della Vergine Maria.

Una suggestiva descrizione ce la fornisce, in uno scritto del 1844, quando era appena ventenne, quello che è probabilmente il più illustre cittadino di Carovigno di tutti i tempi, Salvatore Morelli, letterato, politico, paladino ante litteram e profeta inascoltato dell’emancipazione femminile, a cui è intitolata la biblioteca comunale posta all’interno del castello Dentice di Frasso, il quale, pur essendo di formazione laica con non nascoste simpatie per il nascente socialismo, nutriva una grande devozione per la Vergine del Belvedere ed era affascinato da questa antica cerimonia che lui stesso affermò che mai avrebbe potuto comprendere chi non ne fosse stato spettatore: “il devoto ed un suo congiunto spiegando da due grandi bastoni con corbia di piombo due larghe insegne di seta a vari colori le sventolano buona pezza in aria al suon d’un piffero e d’un tamburo, le depongono poi come sono d’innanzi ai piedi di nostra Donna sciogliendosi a tal modo del votivo obbligo. A questo accorre un altro, il quale fa riverenza alla statua ed al popolo indi agghermigliando i lunghi vanni delle banderuole rende con ciò solenne promessa d’alimentare il venturo anno la bella istituzione”.
Tornando al presente, sabato mattina mi sono recato di buon’ora al Santuario per potermi raccogliere un attimo in preghiera e poterlo visitare con calma, prima che fosse preso d’assalto da centinaia di devoti, pellegrini e curiosi e, infatti, quando sono giunto sul posto, c’erano solo alcuni ambulanti che stavano cominciando a montare le loro bancarelle, mentre chiesa e cripte erano ancora deserte.

Scendendo lungo la scalinata posta a destra rispetto all’ingresso, dopo i primi gradini, si giunge alla prima cripta dove vi è un altare con baldacchino, risalente al 1501, anno in cui fu edificata anche la sovrastante chiesa, sulla retrostante parete è incastonato il bellissimo affresco cinquecentesco della Vergine di Belvedere con in mano un uccellino ed in braccio il Bambinello; scendendo nella cripta inferiore vi sono altri due affreschi della Madonna, di cui uno, davvero pregevole, risalente al XIV secolo, l’altro, del secolo successivo è posto sopra un altare barocco; inoltre, in disparte, vi è una raffigurazione di San Nicola, che è quasi immancabile nelle cripte basiliane.
Tornato in superficie, mentre il piazzale cominciava ad animarsi di gente indaffarata a sistemare le transenne, ho cominciato a percorrere a piedi la strada che porta a Carovigno per incontrare la processione diretta al Santuario più o meno a metà strada. In realtà ero stato fin troppo ottimista e me la ritrovo di fronte dopo quattro chilometri, quando il lungo corteo capeggiato dal clero locale che scortava il dipinto della Madonna del Belvedere, era da poco uscito dal paese.

Poco prima del Santuario ci sono le due associazioni bandistiche cittadine che si uniscono alla processione e, davanti al piazzale, la Commissaria prefettizia, dott.ssa Maria Rosaria Maiorino, con la fascia tricolore del sindaco, assieme alle altre autorità, oltre che, ovviamente, una nutrita folla che ha preferito raggiungere la contrada in auto.
Ad attendere davanti all’ingresso della chiesa e fare gli onori di casa padre Piermario Burgo, da anni rettore del Santuario, al cui interno vi è anche la Comunità Religiosa Femminile delle Suore “Mater Misericordiae”, il quale officiava la santa Messa, evidenziando nell’omelia lo stretto legame fra la devozione mariana e quella verso il Cristo, indissolubilmente legato alla Madre, prima della tradizionale processione della sacra immagine fra le contrade che precede da secoli la battitura della ‘nzegna.
A mezzogiorno, fra l’odore della carne messa ad arrostire sulla brace nei vicini punti ristoro ed il vociare allegro che proveniva dalle coloratissime bancarelle, in un anello di folla che si era creato attorno al piazzale antistante il Santuario, tutto era pronto, ma occorreva aspettare ancora qualche minuto in quanto uno dei due battitori, a causa del traffico bloccato e dai parcheggi invasi dalle auto, tardava ad arrivare.
Durante la tradizionale cerimonia, che vedeva i due battitori danzare a ritmo di musica, proveniente da pifferi, tamburi e tamburelli, volteggiando i loro drappi colorati, la tensione della gente era palpabile e tutti quanti tenevano il fiato sospeso, ogni qual volta venivano lanciati i vessilli in aria in quanto, vox populi, sarebbe un gran brutto presagio per la città se una o, peggio ancora, entrambe le bandiere finissero per terra prima della battitura finale. Per questo quando al termine della cerimonia e dopo aver ripreso al volo le ‘nzegne lanciate altissime, queste venivano battute e poggiate davanti alla sacra immagine di Maria Santissima di Belvedere un grido da stadio si alzava dalla folla a cui faceva seguito una vera e propria invasione di campo di parenti e amici che andavano ad abbracciare i due battitori per complimentarsi con essi.

In passato la cerimonia proseguiva con i battitori prescelti per l’anno successivo che prendevano in consegna la ‘nzegna e promettevano di continuare la tradizione, non così ora in quanto da quasi un secolo è la famiglia Carlucci che si tramanda quest’arte che, poi, assume il valore simbolico e religioso di una supplica alla Vergine.
Infatti il termine battitura della ‘nzegna, a Carovigno, non ha il semplice significato di percuotere con i movimenti dello sbandieratore il terreno ma anche e soprattutto quello di bussare al cuore della Madonna con una preghiera, al punto che in alcuni contesti il termine ‘nzegna viene usato proprio col significato di preghiera.