Le signorine della Standa: commesse, modelle, amiche

Le chiamavano “le signorine della Standa”, quando il termine “commesse” appariva striminzito per descrivere la molteplicità dei loro compiti e delle loro competenze. Erano ragazze (all’inizio rigorosamente nubili) tra i 18 e i 30 anni di età, alcune persino minorenni, corteggiatissime dai giovanotti brindisini e guardate con ammirazione e una punta di invidia dalle loro coetanee, magari costrette ad andare a bottega e a stare sotto padrone, senza le tutele stipendiali e contributive assicurate dal posto fisso in un’azienda nazionale.

Erano i primissimi anni Cinquanta quando la Standa aprì a Brindisi il suo primo piccolo punto vendita, sul corso principale, visto con sospetto dagli anziani dell’epoca, perché a quei tempi la spesa si faceva in piazza o nei negozi di prossimità. Da corso Garibaldi angolo via Pergola a piazza Anime. E poi il secondo magazzino in viale Liguria (oggi viale Aldo Moro), la storia della città e dei suoi abitanti si intreccia nel corso degli anni con quella del grande magazzino più famoso d’Italia, inizialmente di proprietà dei fratelli Monzino, poi acquisita dal gruppo Montedison e, nel 1988, ceduta alla Fininvest.
Per lavorare in Standa venivano richieste bella presenza, cortesia di modi, minime competenze da sarta. Il resto, quelle giovani ragazze baciate dalla fortuna di aver passato la selezione, lo imparavano una volta assunte, addirittura facendo i “compiti a casa” per un periodo che variava dai due ai tre mesi, nel quale venivano formate con nozioni base di merceologia ed educate all’accoglienza della clientela.
Diventare una commessa della Standa qualche volta significava essere osteggiata dalla famiglia d’origine, che vedeva in un posto di lavoro di quel tipo un’occasione di emancipazione sgradita a chi non intendeva mettere in discussione lo status quo dei rapporti di genere, specie nel ristretto contesto patriarcale di una piccola città di provincia. Andava bene lavorare in un negozio di quartiere, il cui titolare era quasi sempre persona che la famiglia conosceva e di cui si fidava. Ma la Standa, con i suoi dirigenti venuti da lontano e la particolare aura di esotismo che emanava, era considerata da alcuni un posto dove giovani ragazze in età da marito, attratte da uno stile di vita più libero e più aperto, avrebbero facilmente potuto vedere compromessa la loro rispettabilità. “Confermo che questa mentalità era piuttosto diffusa, ma io sono stata fortunata: mia madre non mi ha ostacolata ed è stata contentissima quando ha saputo che ho superato il colloquio. La mia famiglia, come quella di tante altre ragazze, non ha avuto pregiudizi. Cosa ricordo? La grande armonia che caratterizzava l’ambiente di lavoro, ma anche la serietà della nostra preparazione. Pensi che durante i mesi di prova ci allenavamo a fare i conti, perché le casse non erano automatiche come adesso. Ci era proibito persino appuntare i prezzi su foglio, tutte le operazioni dovevano essere svolte velocemente e a mente. Venivamo allenate a svolgere moltiplicazioni e addizioni e periodicamente c’erano delle gare tra noi ragazze, per tenerci in esercizio” precisa la signora Maria Cipolletta, assunta appena ventenne e rimasta in Standa a lavorare per più di due decenni.
La storia dei “compiti a casa” la ricordano in molte: la direzione forniva opuscoli in cui si spiegavano l’origine e la composizione dei tessuti, le informazioni da fornire ai clienti per il lavaggio e la stiratura di quanto acquistavano, il modo giusto di sistemare gli articoli per indurre alle compere, il nome corretto da dare ad ogni capo di abbigliamento (“io non avevo mai sentito parlare di chemisier, l’ho imparato lavorando in Standa che ogni abito femminile ha un nome diverso, a seconda del modello”, ricorda una delle prime ragazze assunte, adesso più che ottantenne). Studiavano e venivano interrogate il giorno dopo, spesso simulando un vero e proprio acquisto, per osservare le reazioni delle ragazze alle richieste degli avventori.

Erano sì commesse, ma anche modiste, consulenti di immagine e un po’ psicologhe, come ricorda la signora Teresa Bevilacqua, un’istituzione a Brindisi: “Sono stata assunta come apprendista il 21 novembre del 1957, avevo compiuto 18 anni da pochi mesi. Ho sempre saputo di voler fare la “standina”. Ero creativa e chiacchierona, ci sapevo fare con le persone, capivo velocemente come andavano trattate, quindi pensavo che quello sarebbe stato il mio posto ideale. Inoltre, sapevo cucire, ricamare, disegnare e pitturare. Ricordo che il capoufficio mi esaminò con molta gentilezza e il colloquio andò benissimo. All’inizio ero in amministrazione, per via della mia ottima grafia, e trascrivevo sulle cartoteche la merce da ordinare e da riassortire. Dopodiché, per diversi anni, sono stata la segretaria del capoufficio. Ma non ho mai rinunciato al rapporto con il pubblico: mi dividevo tra il primo piano, dove c’erano gli uffici, e il piano terra, dove c’era il vero e proprio negozio. Mi “usavano” come jolly, spesso mi divertivo anche ad aiutare il vetrinista, dando libero sfogo alla mia fantasia. Alla fine degli anni Sessanta mi affidarono il settore dell’abbigliamento e da quel momento ho fatto la commessa a tempo pieno sino a diventare caporeparto. Tra noi ragazze c’era un bellissimo rapporto di stima e fiducia. Spesso, quando arrivava qualche cliente un po’ più esigente, le mie colleghe chiedevano il mio intervento, perché avevo molta pazienza e riuscivo sempre a trovare la soluzione adatta per ogni problema”.

Alla fine degli anni Cinquanta e per tutto il decennio successivo, quello in Standa era il posto fisso che le ventenni brindisine sognavano da sempre: dava diritto al 10% di sconto sull’acquisto di tutta la merce, assicurava orari prestabiliti, straordinari retribuiti e 14 mensilità di stipendio e, tra maggio e settembre, garantiva due settimane di ferie pagate in luoghi che le giovani della città avevano sentito soltanto nominare, al mare o in montagna: Rimini, Salsomaggiore, Roccaraso, Rivisondoli sono alcune delle destinazioni in cui la dirigenza organizzava le vacanze delle commesse.
Mediamente, queste ragazze restavano dipendenti Standa per una decina di anni: una volta che manifestavano l’intenzione di sposarsi o, peggio, di restare incinte, venivano cortesemente “invitate” a dimettersi (spesso con il classico espediente della firma, al momento dell’assunzione, di una lettera di dimissioni in bianco, utilizzata poi al momento opportuno dall’imprenditore). Per la dirigenza, il ruolo di moglie e madre non appariva compatibile con quello di commessa, che non ammetteva distrazioni. Soltanto tra la metà e la fine degli anni Sessanta, i sindacati riuscirono a imporre le tutele minime che impedivano licenziamenti arbitrari e proteggevano il diritto alla maternità, assicurando il congedo due mesi prima e tre mesi dopo il parto. Tuttavia, per quanto le tutele sindacali nei primi anni di apertura fossero minime, la gestione Monzino viene ricordata dalle dipendenti come sensibile e accorta: il fondo Guido Monzino consentiva ai dipendenti che avevano difficoltà economiche, di accedere ad un prestito senza restituzione, istituito in memoria del figlio dei fondatori dei grandi magazzini, prematuramente scomparso.

Con la gestione Fininvest, la Standa cambia volto: da negozio borghese, nel quale solo in pochi potevano permettersi di acquistare, diventa grande magazzino popolare. È la fine degli anni Ottanta, la pubblicità è essenziale, le commesse vanno gratificate perché rendano al meglio, il rapporto tra clienti e personale si trasforma sino a diventare interattivo.
La differenza si nota in tutto, dalla divisa alla strenna natalizia: al piccolo panettone da 1.000 lire, regalato ai dipendenti quando la proprietà era ancora dei Monzino e poi della Montedison, si sostituisce il generoso cesto berlusconiano ricco di ogni leccornia, dolciumi e vini, formaggi e salumi.

I clienti vengono invitati a valutare le dipendenti e la vittoria nel sondaggio popolare dà diritto a ricompense molto ambite: “Per ben due volte vinsi il premio di commessa più gentile dell’anno, nel 1991 e nel 1992, poco prima di andare in pensione. Fui premiata con due crociere, la prima in Grecia, la seconda in Spagna e Portogallo, sino ad arrivare a Tunisi. Furono viaggi meravigliosi. Berlusconi ci coccolava perché la sua seconda suocera, la madre di Veronica Lario, era stata una commessa alla Standa di Bologna. Forse, con questa attenzione per tutte noi, pensava di onorare Veronica. Ci era vicino in ogni ricorrenza, io conservo ancora una collezione di bigliettini a sua firma con gli auguri per il compleanno e la festa della donna”, racconta ancora Teresa Bevilacqua.
Con Berlusconi cambia anche la divisa: dall’anonimo, quasi monacale, grembiule nero (poi diventato azzurro) con il colletto bianco inamidato, si passa al completo elegante, stile hostess: gonna di gabardine blu con la piega, blazer rosso, camicia bianca, scarpe con tacco di metà altezza. Cambia la moda, ma una costante accomuna le commesse dalle origini agli ultimi anni in cui i grandi magazzini si chiamano ancora Standa: l’aspetto curato, emulato dalle ragazze dell’epoca e ammirato dai giovani che il più delle volte si recavano lì non per acquistare, ma per fare la corte alle “standine”: “A quell’epoca l’accoppiata vincente era marinaio del Battaglione San Marco fidanzato con commessa della Standa”, sorride la signora Bevilacqua. “Scherzi a parte, dovevamo avere un aspetto curato ma non appariscente, la divisa sempre impeccabile, i capelli puliti e ordinati”. Quando i grandi magazzini erano ancora situati in Corso Garibaldi, ad angolo con via Pergola, era proprio in quest’ultima strada che le commesse, alla fine del turno, venivano attese da genitori, fratelli e fidanzati per essere scortate sino a casa: preservare la virtù delle giovani era, in quegli anni, prioritario e la reputazione di cui le “standine” godevano, anche presso i dirigenti, non doveva essere pregiudicata. Qualche volta si trattava di ragazze così belle che la dirigenza, per le sfilate con cui si promuovevano i capi di abbigliamento della stagione in corso, chiedeva loro di prestarsi anche come modelle.

Nitidi, a questo proposito, sono i ricordi del signor Arcangelo Taliento, la cui sorella Mimina diventò una “standina” nel 1954, invitata da un dirigente a fare il colloquio mentre osservava con meraviglia una vetrina di abiti femminili: “Si chiedeva alle più carine di indossare i capi migliori per farle sfilare. Personalmente, ho un ricordo bellissimo di quegli anni. Spesso la sera aiutavo mia sorella a memorizzare le nozioni di merceologia richieste per svolgere al meglio le sue mansioni e guardavo con grande ammirazione l’organizzazione di lavoro della Standa. A Brindisi era tutto nuovo: il fatto che le ragazze fossero istruite prima di avere contatti con il pubblico, i turni regolari, le gratificazioni che ricevevano con i soggiorni gratuiti in località montane e marittime. Assistemmo all’introduzione di una gestione del lavoro a cui non eravamo abituati e credo che questo abbia migliorato moltissimo la nostra città”.

In verità, l’impatto dell’apertura della Standa nella città fu duplice: se da un lato le vetrine scintillanti, ricche di abiti preziosi, oggettistica singolare e giocattoli desiderati, attiravano prepotentemente gli acquirenti, dall’altro i bottegai e i titolari di piccole attività, soprattutto nei primi anni, non videro con particolare benevolenza l’arrivo di un grande magazzino, per via dell’oggettiva diminuzione degli acquisti nei propri esercizi.

“Sì, ci fu qualche timido mormorio, ma durò molto poco. Io ricordo con rimpianto quegli anni e il modo in cui lavoravamo: dalla gestione dei turni al rapporto con la clientela, nulla era lasciato al caso. Il cliente era seguito dall’inizio alla fine con gentilezza e competenza. Niente a che vedere con i centri commerciali di oggi. E poi venire al grande magazzino significava anche socializzare, in tempi in cui era difficile che vi fossero altre occasioni di incontro. Ho sofferto quando il marchio Standa è crollato e confesso che credo che proprio in quel momento sia iniziato il declino della nostra città”, conclude amaramente Teresa Bevilacqua.