“Gabibbo” incassa già il primo sconto di pena: un sistema troppo frettoloso con i “pentiti”

di GIANMARCO DI NAPOLI

Non si sa ancora se e cosa abbia già raccontato agli inquirenti ma lui il suo bel risultato Francesco Gravina lo ha già incassato: una riduzione della pena dai 30 anni inflittigli dei giudici di primo grado ai 13 anni e quattro mesi che gli sono stati comminati questa mattina dalla Corte d’assise d’Appello di Lecce:  il 16 giugno 2009 uccise a bastonate Giancarlo Salati, sospettato di aver avuto relazioni con minorenni. Un’azione decisa dai vertici della Scu ed eseguita da Gravina con altri due complici.

Uno sconto della pena che arriva dopo soli tre mesi dalla decizione di Gravina di collaborare: sono le grandi contraddizioni del nostro sistema giudiziario che nella lotta, legittima e virtuosa, contro la criminalità organizzata, si trova spesso a garantire benefici immediati a chi si spera abbia voltato (sinceramente) pagina. Anche se purtroppo la storia della “Scu” è infarcita di falsi pentimenti, finalizzati al regolamento di conti con i clan rivali o più semplicemente a ottenere sconti sulle condanne.

Gravina, è evidente,  viene ritenuto preziosissimo per ricostruire le nuove gerarchie della Sacra corona unita, della quale sembra abbia fatto parte anche con mansioni di primo piano.

Ma finora, a poco più di 90 giorni dalla sua decisione di collaborare con la giustizia, non è mai stato chiamato in aula (perché non ce n’è stato il tempo) a confermare episodi e nomi indicati.

Il corpulento pregiudicato mesagnese, che per questo viene soprannominato Gabibbo, dalla fine dello scorso mese di marzo ha lasciato la sua abitazione in cui era rinchiuso agli arresti (le sue dimensioni lo rendevano incompatibile con il carcere) per raggiungere una località protetta insieme alla moglie. Il suo pentimento aveva lasciato di stucco gli stessi ambienti mafiosi proprio perché giunto non per la durezza della vita del carcere, ma nel tinello di casa.

E’ certo che il mesagnese, nella negoziazione della sua collaborazione abbia messo sul piatto della bilancia rivelazioni importanti. Ed è altrettanto probabile che abbia cominciato a riempire pagine di verbali integrando quello che altri pentiti hanno iniziato a raccontare, descrivendo gli equilibri creatisi ai vertici dell’organizzazione mesagnese dopo la ventata di rinnovamento degli ultimi anni.    

Ma mentre tutto ciò che egli racconta dovrà essere vagliato, riscontrato e confermato, il nostro ordinamento gli serve già sul piatto d’argento una cospicua riduzione della pena. Ora si potranno aprire dibattiti interminabili in cui si evidenzia il ruolo fondamentale dei collaboratori di giustizia per la guerra alla criminalità organizzata. E nessuno vuole mettere in discussione questo aspetto, perché se non ci fossero stati i pentiti la Sacra corona unita non sarebbe mai stata colpita duramente.

Ma sarebbe forse opportuno fare in modo che i “premi” riconosciuti ai collaboratori arrivino nel momento in cui il loro contributo sia divenuto certo, tangibile e incontrovertibile. Perché è legittimo credere nella loro decisione di cambiar vita, ma altrettanto prudente ricordare che si tratta sempre di criminali protagonisti delle più efferate azioni di sangue. E che dunque come tali devono essere considerati sino a che non ne diano davvero prova contraria.

Tre mesi, forse, sono pochi per capire Gravina cosa abbia davvero deciso di fare della sua vita. E di quella degli altri. Ma intanto è passato già all’incasso.