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Costa Morena, Edison rinuncia alla realizzazione del rigassificatore

di Alessandro Caiulo

Il colosso energetico francese Edison, dopo il tanto chiacchiericcio degli ultimi anni e la voce grossa della polizia nazionale che tacitò le forze politiche locali che inizialmente avevano timidamente avanzato dei dubbi sulla opportunità della realizzazione di un’opera altamente impattante e potenzialmente pericolosa a due passi dalla città, fa dietro front e va via senza aver posato nemmeno la prima pietra nel cantiere consegnatogli un paio di anni addietro, a metà prezzo, dall’Autorità di Sistema Portuale del Mar Adriatico Meridionale.
Cerchiamo di riassumere brevemente la annosa vicenda che ha tenuto sulle spine tutti quegli operatori portuali che temevano di non poter più utilizzare le banchine per i consueti traffici merci e passeggeri.
La francese Edison spa, attraverso altra società di cui detiene il 100% delle quote, la Deposito GNL Brindisi, intendeva realizzare, attingendo a cospicui fondi pubblici italiani, un impianto industriale per lo stoccaggio e la lavorazione di Gas Naturale Liquefatto, un combustibile fossile, sprigionante carbonio ed altri gas serra nell’atmosfera.
L’insediamento avrebbe dovuto consistere in un grande serbatoio e varie infrastrutture di forte impatto, tra cui una enorme torre di sfiato (torcia) alta circa 45 metri, a Costa Morena Est, quasi all’ingresso del porto interno di Brindisi e a poco più di un chilometro, in linea d’aria, dal centro abitato esattamente di fronte a Forte a mare, da esso distante circa 900 metri.
La qual cosa ebbe a destare non poche preoccupazioni in quanto tale impianto era stato progettato per una capacità di stoccaggio di 19.500 metri cubi, per sfuggire alla necessità della Valutazione di Impatto Ambientale, obbligatoria per gli impianti da 20.000 mc. in poi.
In tal modo si ometteva di valutare, in via preventiva, gli effetti del progetto sull’ambiente, sulla sicurezza e sulla salute della popolazione, nonché di identificare le misure atte a prevenire, eliminare o rendere minimi gli impatti negativi dell’insediamento.
Ma nel ricorrere a questo sotterfugio non si era tenuto conto il fatto che l’area portuale di Brindisi era stata tecnicamente e ufficialmente dichiarata “ad alto rischio di incidente rilevante” ai sensi della c.d. “Direttiva Seveso” in ragione della elevata concentrazione di infrastrutture industriali in cui vengono manipolate sostanze pericolose, per cui sarebbe stata comunque necessaria la V.I.A. in quanto l’accennata soglia minima per non essere soggetti a tale obblighi, andava ridotta del 30% e quindi a 14.000 metri cubi.
E non si tratta certo di un cavillo dal momento che, nell’area industriale di Brindisi, dove doveva sorgere il rigassificatore, già insistono ed operano una decina di industrie che utilizzano o detengono sostanze chimiche per le loro attività produttive, esponendo la popolazione e l’ambiente circostante al rischio industriale e che un incidente può dunque provocare danni alla popolazione e al territorio stesso. Basti pensare all’effetto domino che potrebbe portare ad un vero e proprio disastro di dimensioni incalcolabili. Per non parlare poi del fatto che, trattandosi di un Sito di Interesse Nazionale soggetto a bonifica per le condizioni ambientali gravemente compromesse dalla elevata presenza di sostanze inquinanti, un impianto del genere appariva già di per sé incompatibile.
Nel famigerato “torcione”, inoltre, sarebbero state smaltite tutte le miscele di BOG e azoto provenienti dalle operazioni di drenaggio e inertizzazione che accompagnano le operazioni di carico e scarico del GNL. Tali miscele – sostanze nocive e cancerogene, quali idrocarburi policiclici aromatici, benzene, etc. – sarebbero stati scaricati in atmosfera immettendo quindi emissioni gassose inquinanti e climalteranti nell’ambiente e, in caso di emergenza, sarebbe stato bruciato e disperso in atmosfera lo stesso GNL. Tutto da scoprire, poi, sarebbe stato l’effetto che si verrebbe a creare nel cosiddetto “cono d’atterraggio” dell’aeroporto dal momento che l’aspetto del rischio derivante da fumi, vapori e fiamme sul traffico aereo soprastante, incredibilmente, non è mai stato approfondito.
Tutto questo in cambio di poco o nulla per la città, dal momento che l’indotto economico derivante dall’impianto appariva risibile e minimo l’impiego di forza lavoro locale in quanto il colosso francese avrebbe portato i suoi tecnici da oltralpe. Certo è che il dietro front di Edison, a causa della mancata erogazione di fondi pubblici per la realizzazione dell’opera, ha tolto un bel po’ di gatte da pelare sia al Comandante della Capitaneria di Porto di Brindisi, che ancora non si era espresso, nonostante numerosi solleciti da parte di operatori portuali e qualche consigliere comunale, sulla necessità di interruzione delle attività portuali durante le lunghe operazioni stoccaggio e rifornimento di GNL, che al Presidente dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Adriatico, l’avvocato barese Francesco Mastro il quale, da fine giurista qual è, sicuramente non gli erano sfuggite le tante problematicità da dover affrontare a che l’iter procedimentale che avrebbe portato alla realizzazione del rigassificatore fosse condotto con trasparenza e legittimità.
Un sospiro di sollievo proviene invece dalle decine di aziende locali che, con le loro attività “più normali” e decisamente meno impattanti sulle banchine che sarebbero state di fatto monopolio di Edison, garantiscono realmente e non a chiacchiere centinaia di posti di lavoro ed un benessere diffuso nel territorio.