Don Mimmo , prete che vive tra la gente

Ha all’attivo una serie di incontri pubblici di rilievo, su temi che interrogano tutti coloro i quali sentono la necessità di riprendere il bandolo di una matassa, che si è aggrovigliata tanto, che in materia di impegno sociale, vogliono fare, dire la loro, ma non sanno più a quali valori e principi ricollegarsi.
A pochi giorni dal voto, lo scorso giugno, don Mimmo, si fece promotore di un dibattito sul futuro della città che si tenne dinanzi a centinaia di attenti cittadini nel teatro della parrocchia di San Vito Martire al quartiere Commenda. “Che il vostro parlare sia SI, SI, NO NO” richiedeva ai candidati sindaco perché rappresentassero ai cittadini e nella massima trasparenza, le loro idee di città.
Ha percorso nei mesi successivi e continua a farlo i luoghi di incontro e di confronto, la scuola, principalmente. Ha organizzato convegni sollecitando riflessioni su temi cari ai cattolici, che disgregati, cercano di ricostruire un luogo dove riconnettersi alla vita pubblica e all’impegno in politica.
Lontanissimo ancora il traguardo dei 40 anni, don Mimmo è animato da un fervore e da un entusiasmo che da queste parti è rarità.
Gli chiedo un’intervista e lui non me lo fa ripetere, mi dice: ho postato un mio stato su cui è riportata una citazione evangelica: “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra e come vorrei che fosse già acceso”. Don Mimmo si identifica in questa citazione e quel fuoco non lo fa stare fermo, gli reclama azione, costante presenza, per cogliere ogni possibile filo di paglia per alimentarlo, condividerlo, parteciparlo.
Viviamo un tempo difficile e carico di negatività, qual è la ricetta per ricostruire un tessuto sociale, demotivato, afflitto e pessimista?
“In un mondo dove l’individualismo è esasperante, dove tutti siamo chiusi nei nostri piccoli mondi, cercare di ricreare relazioni è il punto di partenza per un’azione incisiva, questo è l’intento dell’Ufficio Diocesano per la Pastorale Sociale.
Ho questa responsabilità da tre anni, da quando sono rientrato da Roma dove, seguendo la sollecitazione del nostro Arcivescovo, ho perfezionato in un biennio di
Scienze di Dottrina Sociale della Chiesa presso la pontificia Università Lateralense, una predisposizione che mi accompagna sin da ragazzo, per cui il vangelo e la dottrina sociale, possano essere qualcosa che innesca cambiamento”.
Quali sono allora i punti di riferimento che ti sostengono?
Un filosofo latino-americano, Alberto Methol Ferré, che diceva che l’unica “rivoluzione permanente è la rivoluzione di Cristo”. Ferrè è anche punto di riferimento per Papa Francesco, che ci esorta alla “rivoluzione della tenerezza”. Ferrè ha parlato della “Patria Grande” riferendosi all’America latina come terra che oltrepassa i limiti dei confini nazionali tra gli stati di quel continente così lontano da cui arriva papa Bergoglio. Lo stesso Papa, riprendendo il tema caro al filosofo connazionale, molte volte ha chiesto di premere sul pedale dell’acceleratore, riferendo al nostro vecchio continente, chiedendo che non sia “un’anziana sterile, ma una madre rigenerativa, se ritrova se stessa”.
Il tema è globale e ci convoca tutti ad agire, ma resta il freno dei localismi, dei nazionalismi.
Bisogna che tutti ritroviamo noi stessi, parlando d’Europa, creando relazioni che rigenerino il dialogo, oltre i confini nazionali. Nel nostro piccolo, l’azione dell’Ufficio di Pastorale Sociale della nostra Diocesi, creare relazione fra movimenti, associazioni del mondo laicale, che sono tante e variegate, per cercare di fare un percorso comune. Incontro, ascolto, creo occasioni. Posso annunciare che il prossimo 2 maggio riporteremo al centro dell’attenzione il tema del lavoro. Abbiamo attivato il progetto “Policoro” maturato in 20 anni di esperienze progettuali e lavorative cui partecipa attivamente la Conferenza Episcopale Italiana che ha al centro proprio i giovani e il lavoro. È l’attenzione della Chiesa al dramma della disoccupazione giovanile, mettendo sostanzialmente al centro, la relazione, ovvero, mettendo insieme tutti gli operatori sociali che si occupano di lavoro a far riferimento, gli animatori di comunità coadiuvati da confcooperative, confindustria, CNA, Coldiretti, Confagricoltura, i giovani commercialisti, con cui abbiamo un protocollo d’intesa. Oltremodo stiamo cercando di venire incontro ai soggetti “non bancabili” (che non offrono garanzie per un credito) perché possano accedere al microcredito per un massimo di 25.000 euro.
Se non fosse che il progetto “Policoro” non fosse già sperimentato, verrebbe da credere che stiate scopiazzando le attività del governo italiano.
Da quando abbiamo cominciato a tessere una rete di relazione, abbiamo ricevuto attenzione da parte di molti giovani e tanti riscoprono le proprie ragioni nella comunità di provenienza. Tutto questo sta cominciando ad avere una rilevanza sociale. Poco importa da quale parte arriviamo, tutti sentiamo il medesimo bisogno rispetto al dramma dello scollamento sociale.
In questo tempo di denuncia dello scollamento sociale e la necessità di trovare un coagulo nuovo, la politica gioca un ruolo principe.
Dobbiamo prendere consapevolezza che siamo dei nani sulle spalle di un gigante, come già 900 anni fa affermava il filoso francese, Bernardo di Chartres. Non siamo noi il centro del mondo. In politica vale che non dobbiamo dimenticare le ragioni del passato ed il fatto che si moltiplichino le giornate della memoria, testimoniano proprio la necessità di non perdere il filo diretto col passato. Ricordare, per vivere con consapevolezza il presente per progettare il futuro.
Chi è chiamato a esercitare un ruolo politico è chiamato a fare riferimento ai percorsi storici. De Gasperi, diceva che il politico pensa alle prossime elezioni e che lo statista, pensa alle prossime generazioni. La storia certamente ha i suoi tempi, i suoi modi, alcuni decenni fa i cattolici si ritrovavano in un contenitore unico, oggi di quel passato fatto di partiti organizzati, presenti nel territorio, forse sarebbe giusto riedificare la capacità di dialogare. L’uomo per sua definizione è un essere politico, se parliamo di politica partitica, nel mondo ecclesiale non la fanno i sacerdoti, ma i laici. Lo stesso Papa nel convegno di Firenze ha ribadito un no ai “Vescovi-pilota”. Non c’è nessuna necessità che il mondo ecclesiastico dia indicazioni, è fuori di ogni logica, come Ufficio Diocesano per la Pastorale Sociale, dobbiamo solo creare occasioni di relazione, incontrando, facendo incontrare le tante anime, le tante sensibilità sociali, rappresentate da qualificati e capaci donne e uomini impegnati.
Sta emergendo prorompente la presenza pubblica di giovanissimi che denunciano e si rendono protagonisti di un nuovo sogno.
Come fosse un’auto, anche la società ha bisogno che tutti gli elementi che la compongono siano al loro posto. Terminato il tempo attivo dei baby boomers, quelli nati negli anni ’50, coinvolti a pieno titolo di responsabilità per la condizione attuale, i giovani e soprattutto i giovanissimi, denunciano e propongono una nuova visione. C’è un rischio verso cui richiamo l’attenzione, l’uomo risolutore. Nel tempo in cui crescono le paure, un uomo solo si propone al comando, questo, non fa parte della dottrina sociale della Chiesa. Dobbiamo costruire una comunità in cui tutti siamo coinvolti nella storia e coinvolti nel bene, dove ognuno si prende la sua responsabilità. Chi viene chiamato a rappresentare una comunità deve tenere di conto l’insieme del corpo sociale, non è legittimato a cambiare rotta e condizioni delle scelte. Siamo tutti chiamati a valorizzare per operare per la rinascita della società.