Le indagini dell’ispettrice Petra Delicado

Qualche giorno fa, nel corso di una bella chiacchierata (si parlava, ovviamente, di libri e qualche simpatica divergenza di vedute vivacizzava la conversazione), la brava giornalista Francesca Alparone, che ho avuto modo di apprezzare per le sue brillanti interviste a diversi scrittori, mi ha detto di non andare matta per i romanzi polizieschi. Soprattutto, ha precisato, perché i protagonisti sono sempre e solo uomini…

Riflettendoci, ho dovuto ammettere che Francesca non aveva tutti i torti, ma immediatamente ho pensato alle storie raccontate dalla scrittrice spagnola Alicia Giménez-Bartlett. Seduta stante, ho promesso a Francesca che le avrei prestato e fatto leggere il libro, “Riti di morte”, che racconta la prima delle avventure investigative che vedono come irresistibili protagonisti l’ispettrice Petra Delicado e il suo stretto collaboratore, il vice-ispettore Fermin Garzón. Alicia Giménez-Bartlett, spagnola, ex docente di letteratura spagnola, già prima di raggiungere la notorietà presso il grande pubblico, aveva scritto diverse opere, sia saggi che romanzi. Ma la sua consacrazione come grande scrittrice amata non solo nel suo Paese è avvenuta con la lunga serie di romanzi polizieschi incentrati sulla figura, appunto, dell’ispettrice Petra Delicado. Per caso (o forse perché così era scritto da qualche parte), mi imbattei in “Riti di morte” che vendevano un bel giorno con il giornale “Repubblica”. La scrittrice mi era sconosciuta, l’avevo appena sentita nominare, ma mi incuriosiva.

Il costo del libro (euro 5,90!) era allettante. Un lettore compulsivo può resistere a una tale tentazione? No di certo. Male che fosse andata, ci avrei rimesso una somma davvero esigua. Insomma, valeva la pena “rischiare”, tanto più che ho un debole per i narratori spagnoli. Ci sono dei libri che quasi certamente non saranno mai considerati delle pietre miliari della letteratura mondiale e che pure sono piacevolissimi, semplici ma ben scritti, rilassanti e, allo stesso tempo, sufficientemente profondi e per nulla banali: la compagnia ideale in quei momenti nei quali anche il lettore più esigente ha bisogno di godere, senza grande sforzo, di letture non troppo impegnative, ma leggere, scorrevoli e magari divertenti. “Riti di morte”, nonostante il tema trattato (l’ispettrice dà la caccia a uno stupratore seriale), e tutti gli altri episodi della serie (che naturalmente ho pian piano comprato e letto), appartengono a questa categoria.

A tal proposito ricordo e condivido pienamente la considerazione del mio scrittore preferito, Arturo Pérez Reverte: “C’è un’opinione sbagliata per cui la letteratura deve necessariamente essere profonda e noiosa, oppure divertente e superficiale. Questo è falso: dev’essere invece insieme profonda e amena, deve far riflettere e divertire, affascinarti e nello stesso tempo darti una carica interiore che ti permetta di vivere quelle vite che ti sono negate nel mondo reale”. Tornando a “Riti di morte”, il romanzo costituisce in qualche modo una presentazione dell’ispettrice Petra Delicado e del suo vice Fermin Garzón. Lei, uscita da un’acuta crisi esistenziale (due matrimoni naufragati e una brillante carriera di avvocato abbandonata perché non appagante), barcellonese, attraente, elegante, colta, dura, snob e femminista, entrata in polizia e confinata (perché donna, a suo dire) in un archivio, si trova per circostanze fortuite a dover affrontare, finalmente, un caso spinoso. Lui, più anziano, provinciale, lento, grasso, goffo e sentimentale, carico di esperienza e (apparentemente) di pregiudizi, viene affiancato, suo malgrado, alla superiore.

Tra i due, così diversi tra loro per carattere e ideologie, nasce pian piano un rapporto di amicizia e di stima (celato sotto le apparenze di un semplice rapporto di formale collaborazione) contraddistinto da una infinita serie di divertenti schermaglie – fulminanti battute e argute punzecchiature – che costituiscono uno dei tratti più felici della narrazione. La caratterizzazione dei personaggi, anche con le loro debolezze e incertezze (spesso giungono alla soluzione per puro caso o traendo spunto dai propri clamorosi errori), è magnifica. Un mix gustosissimo di ironia e autoironia, disincanto e riflessione. Ma “Riti di morte”, così come gli altri romanzi della serie, non è “solo” un poliziesco. È anche un’analisi di quei contrasti e di quelle problematiche sociali – e di quei veri e propri inferni – che affliggono Barcellona, ma che naturalmente sono comuni a tante altre realtà geografiche. Gli originali intrecci legati alle inchieste, il tono elegantemente leggero e divertente (leggendo ci si ritrova spesso a sorridere o addirittura a ridere di gusto), l’ironica ma anche sferzante critica sociale…

Questo incastro di diversi registri narrativi rende i romanzi della Bartlett, da alcuni definita la Camilleri spagnola, una lettura veramente preziosa. A “Riti di morte”, che va letto per primo, sono seguiti, come ho detto, numerosi altri (e ancor più belli) romanzi che hanno per protagonista questa improbabile e deliziosa coppia di investigatori. Tra questi segnalo “Giorno da cani” e “Messaggeri dell’oscurità”, ma tutti, tutti meritano di essere letti. Chissà che Francesca (e con lei chi non ama troppo il genere), dopo aver conosciuto questa originale ispettrice, non possa cambiare idea sui romanzi polizieschi. Agli appassionati (e, in particolare, alle appassionate) che ancora non dovessero conoscere la Giménez-Bartlett, invece, dico che nella loro biblioteca non può mancare qualche avventura della burbera ma affascinante Petra Delicado…

Michele Bombacigno