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La Puglia che brucia: perché gli incendi non sono più soltanto un’emergenza estiva

Ogni estate la Puglia osserva lo stesso scenario: colonne di fumo visibili a chilometri di distanza, canadair in volo, strade chiuse, campagne devastate e turisti costretti ad abbandonare spiagge, campeggi e strutture ricettive. Poi, quando le fiamme vengono spente, l’attenzione diminuisce rapidamente. Restano i terreni anneriti, gli alberi distrutti e una domanda che torna puntualmente senza trovare una risposta definitiva: quanto è davvero preparato il territorio pugliese ad affrontare gli incendi?
L’ultimo grande allarme è arrivato dal Gargano. Il 26 luglio un vasto rogo, partito nell’area rurale di Pile Fraballe, nel territorio di Peschici, si è esteso verso la costa, minacciando pinete, stabilimenti balneari e villaggi turistici. Il fumo e l’avanzamento delle fiamme hanno reso necessaria l’evacuazione di numerosi bagnanti anche via mare, mentre la strada litoranea tra Peschici e Vieste è stata temporaneamente chiusa.
Le immagini dei turisti trasferiti sulle imbarcazioni hanno dato la misura dell’emergenza. Ma il Gargano non rappresenta un episodio isolato. È soltanto la manifestazione più evidente di un fenomeno che, dall’inizio dell’estate, sta colpendo l’intera regione.

Più di mille ettari distrutti in poche settimane

Dal primo giugno al 17 luglio 2026 in Puglia erano già andati in fumo 1.041 ettari di territorio, secondo i dati provvisori elaborati attraverso il sistema satellitare europeo Effis di Copernicus e diffusi da Coldiretti. Le situazioni più critiche erano state registrate nelle province di Lecce e della Bat, alle quali si sono aggiunti successivamente i grandi incendi del Gargano.
Pochi giorni prima, il bilancio aggiornato al 13 luglio indicava 972 ettari bruciati: 399 nel Leccese, 364 nel Tarantino, 167 nel Foggiano, 29 nella Bat e 13 nel Brindisino. La crescita registrata nell’arco di appena quattro giorni mostra quanto rapidamente un territorio possa essere compromesso quando temperature elevate, vegetazione secca e vento si incontrano.
Questi numeri non raccontano soltanto la perdita di alberi e macchia mediterranea. Dietro ogni ettaro bruciato possono esserci coltivazioni distrutte, aziende agricole danneggiate, animali uccisi, strutture turistiche evacuate e comunità costrette a convivere con il timore che il fuoco raggiunga abitazioni e attività economiche.
Un bosco, inoltre, non ritorna alle condizioni precedenti con le prime piogge. La rigenerazione può richiedere decenni. Nel frattempo il terreno, privato della vegetazione, diventa più esposto all’erosione, agli smottamenti e alla perdita di fertilità.

Un problema umano prima ancora che naturale

Gli incendi vengono spesso associati esclusivamente al caldo. Le temperature elevate e la siccità rendono certamente il territorio più vulnerabile, ma il fuoco nella maggior parte dei casi non nasce da solo.
All’origine possono esserci comportamenti negligenti, come l’abbandono di mozziconi accesi, l’uso improprio di macchinari agricoli, l’accensione di fuochi o la mancata pulizia dei terreni. In altri casi emerge il sospetto di azioni volontarie, legate a vendette, interessi criminali, speculazioni o tentativi di danneggiare aziende e proprietà.
La Regione Puglia ha dichiarato lo stato di grave pericolosità per gli incendi dal 15 giugno al 15 settembre 2026 in tutte le aree boscate, cespugliate, arborate e destinate a pascolo. La campagna operativa antincendio prosegue invece fino al 15 ottobre. Durante questo periodo sono previsti divieti e obblighi specifici per proprietari, enti locali e operatori agricoli.
Il punto, tuttavia, non è soltanto stabilire dei divieti. Le norme risultano efficaci solo quando vengono accompagnate da controlli, manutenzione e responsabilità. Un terreno incolto, ricoperto di erba secca e confinante con case o strade, può trasformarsi in pochi minuti in un corridoio attraverso il quale il fuoco raggiunge i centri abitati.

La prevenzione comincia durante l’inverno

Il contrasto agli incendi viene percepito soprattutto come un’attività estiva. In realtà, la parte più importante dovrebbe svolgersi nei mesi precedenti.
La pulizia delle fasce laterali delle strade, la manutenzione dei boschi, la rimozione della vegetazione secca, la creazione di viali tagliafuoco e il controllo dei terreni abbandonati possono ridurre significativamente la velocità di propagazione delle fiamme. Altrettanto importante è garantire l’accessibilità alle aree rurali: strade interpoderali ostruite e sentieri non praticabili rallentano l’arrivo dei soccorsi.
La Puglia dispone di una pianificazione regionale antincendio, aggiornata attraverso programmi operativi e attività che coinvolgono Protezione civile, Arif, vigili del fuoco, forze dell’ordine, Comuni e associazioni di volontariato. La complessità del sistema richiede però un coordinamento costante, risorse certe e personale disponibile.
Nelle scorse settimane proprio il ruolo dei volontari è tornato al centro del dibattito. I coordinamenti provinciali della Protezione civile avevano segnalato difficoltà legate ai rimborsi e alle risorse necessarie per garantire le attività operative. È un elemento che non può essere considerato secondario: durante un grande incendio, anche poche squadre in meno possono fare la differenza tra un focolaio circoscritto e un’emergenza capace di coinvolgere centinaia di ettari.

Turismo e sicurezza, un equilibrio sempre più fragile

Per una regione che basa una parte rilevante della propria economia sul turismo, gli incendi rappresentano anche un danno d’immagine.
Il Gargano, il Salento, la Valle d’Itria e le aree costiere sono luoghi nei quali strutture ricettive, campeggi e stabilimenti convivono spesso con pinete e macchia mediterranea. È proprio questa vicinanza alla natura a renderli attrattivi, ma è anche ciò che li espone maggiormente quando si sviluppa un incendio.
L’evacuazione di un villaggio turistico non comporta soltanto la perdita immediata di presenze e prenotazioni. Produce timore, interrompe la stagione lavorativa e può influenzare la percezione della destinazione. Nell’epoca dei social network, le immagini delle fiamme raggiungono in pochi minuti migliaia di potenziali visitatori.
La risposta non può però essere quella di nascondere il rischio. Una destinazione credibile è quella che dimostra di saperlo gestire. Servono piani di evacuazione aggiornati, vie di fuga chiaramente indicate, personale formato, sistemi di allarme e informazioni comprensibili anche per turisti stranieri, anziani e persone con disabilità.

Dopo il fuoco non deve arrivare l’oblio

Quando un incendio viene spento comincia una seconda fase, meno spettacolare ma altrettanto importante. È necessario individuare le cause, censire le aree percorse dal fuoco, impedire cambi di destinazione d’uso illegittimi e avviare le attività di recupero ambientale.
I Comuni devono aggiornare il catasto delle aree incendiate, strumento essenziale per applicare i vincoli previsti dalla legge e contrastare eventuali interessi speculativi. Senza un monitoraggio puntuale, il rischio è che il fuoco diventi anche uno strumento per modificare artificialmente il valore o l’utilizzo dei terreni.
Occorre inoltre comprendere quali incendi siano stati causati da disattenzione e quali possano avere una matrice dolosa. Le indagini sono spesso difficili perché le fiamme cancellano le tracce e perché i territori rurali non dispongono sempre di sistemi di videosorveglianza.