Cosa sarebbe accaduto se Carlos III de Borbón non avesse lasciato il trono di Napoli per quello di Spagna nel 1759 ?

Il 2016 è stato l’anno in cui tutta la Spagna ha celebrato il tricentenario della nascita, a Madrid il 20 gennaio 1716, del suo re Carlos III de Borbón, figlio di Felipe V e della nobile italiana Elisabetta Farnese. Un sovrano, Carlos III de Borbón, certamente tra i migliori, nonché tra i più longevi della, pur molto estesa, tradizione regale spagnola.

A Madrid, dove questa volta mi è toccato transitare dall’anno vecchio all’anno nuovo, ho avuto la fortunata possibilità di visitare due allestimenti museali, entrambi di ottima fattura, celebrativi di questa storica ricorrenza spagnola. Nel Palazzo reale, la mostra intitolata “Majestad y Ornato en los escenarios del Rey Ilustrado” e nel Museo Archeologico Nazionale la mostra intitolata “Proyección exterior y cientifica de un reinado ilustrado”.

Ed in questa seconda mostra, un bellissimo quadro di grande dimensioni, ha da subito attratto la mia attenzione, per la sua straordinaria qualità artistica e, soprattutto, per il suo soggetto: “Carlo III di Borbone, re di Napoli, il 6 ottobre 1759 lascia la città” una tela del pittore italiano Antonio Joli, eseguita, praticamente dal vivo, a Napoli in quello stesso 1759.
E si, quel re Carlo Borbone, lasciò solennemente Napoli perché di quel regno napoletano, indipendente e autonomo, era stato re per venticinque anni, dal 1734 fino a quel 6 ottobre 1759, quando ancor giovane, ma ormai nel pieno della sua maturità, lasciò per sempre l’Italia per raggiungere Madrid e salire sul trono di Spagna, essendo inaspettatamente diventato, per atto testamentale e di regolare successione, re di Spagna in seguito alla morte improvvisa del re, suo fratello Ferdinando VI, avvenuta il 10 agosto 1759. In Spagna, Carlo III, il re illuminato, regnò per trent’anni, fino alla sua morte, il 14 dicembre 1788.

Nel 1734, durante la guerra di successione polacca, Carlo, a capo delle truppe spagnole di suo padre, il re Filippo V, conquistò i regni di Napoli e di Sicilia, sottraendoli alla dominazione austriaca. L’anno successivo, in Palermo, fu incoronato re come Carlo III di Sicilia, mentre a Napoli avrebbe dovuto assumere l’appellativo di Carlo VII. Ma egli optò per il solo “Carlo”, volendo sottolineare il fatto di essere il primo della dinastia di uno nuovo stato indipendente. Carlo aveva appreso dalla madre, Elisabetta Farnese, l’amore per le arti e la bellezza e dal padre, Filippo V, la sagacia per la buona amministrazione. Nonostante avesse un carattere rivelatosi forte però, a causa della giovane età, nei primi anni di regno fu relativamente disinteressato all’esercizio del potere, guidato come fu, nelle scelte di governo, dai genitori, sovrani della potente Spagna -soprattutto dalla madre una donna molto forte e comunque saggia- che esercitarono uno stretto controllo sul nuovo regno, inizialmente attraverso l’onnipotente e onnipresente primo ministro del governo di Napoli, lo spagnolo conte di Santisteban e successivamente, con il pure spagnolo marchese di Montealegre.

Tuttavia, già dal 1744, quando Carlo con il proprio esercito sconfisse gli austriaci a Velletri, ponendo fine alle pretese asburgiche su Napoli, cominciò di fatto a svincolarsi dall’oppressiva tutela di Madrid, e lo fece ancor più apertamente nel 1746, con la morte del padre, Filippo V e con la conseguente separazione di Elisabetta dalle questioni governative della corona. Carlo cominciò quindi ad occuparsi in prima persona delle questioni di governo di Napoli e con il passare degli anni, finì col sovrastare l’influenza dei suoi ministri, diventando sovrano a tutti gli effetti e vero artefice della sua politica di stato, nonché accentrando la maggior parte dei poteri direttamente nelle sue mani ed inaugurando, per il regno di Napoli, un periodo di rinascita politica, ripresa economica e sviluppo culturale.

Il giovane re attuò riforme radicali avviando con esse un solido rinnovamento dello stato napoletano, per il quale si aprì così un lungo e solido periodo di crescita, importante e sostenuta. E Carlo, nel perseguire quell’obiettivo si seppe circondare di molti e ben selezionati intellettuali, artisti, tecnici e uomini politici, che lo coadiuvarono nell’attuare i principi di quell’Illuminismo che, nel ‘700, si cominciava a diffondere in Europa. E così, la cultura napoletana divenne d’avanguardia in molti settori e Napoli, insieme a Parigi, fu la città che più contribuì alla formazione della corrente illuministica nel resto d’Europa. Una vitalità culturale che non si nutrì solamente di riformismo intellettuale, bensì fu un moto molto più ampio, con anche importanti e numerose realizzazioni tangibili: basti pensare agli scavi archeologici di Pompei, o alla costruzione, già nel 1737, del teatro San Carlo.

Venne quindi, anche l’ammodernamento delle infrastrutture: dalle opere di bonifica delle zone paludose che liberarono estesi territori dalla piaga della malaria, alla realizzazione della favolosa reggia di Caserta, per la cui progettazione Carlo chiamò Luigi Vanvitelli, uno dei maggiori architetti del ‘700. I lavori per quella costruzione iniziarono nel 1752 e l’imponente opera che ne risultò, è tuttora considerata fra le più importanti residenze regali al mondo, con anche un’ampia area verde composta dal giardino all’italiana con varie fontane e una cascata, nonché dal giardino boscoso all’inglese. E per fornire d’acqua alla reggia e ai suoi giardini, si realizzò l’acquedotto carolino, una costruzione ingegneristica lunga quaranta chilometri, per l’epoca la più grande e più importante d’Europa. E poi, si costruirono le regge di Portici e di Capodimonte, il foro carolino, i reali alberghi dei poveri, la fabbrica della porcellana di Capodimonte, l’accademia di belle arti, la biblioteca reale, il museo nazionale, la nuova sede dell’università, eccetera: in pochi anni, Napoli divenne una grande capitale europea e di gran lunga la più importante città in Italia. Anche sul fronte dell’amministrazione dello stato, l’attività fu intensa e fruttifera. Carlo s’interessò di modernizzare il sistema giudiziario, attraverso la soppressione di organi del periodo vicereale inadatti al uno stato indipendente: abolì il Consiglio Collaterale e lo sostituì con la Camera di Santa Chiara. Impedì energicamente che nel regno di Napoli potesse entrare l’inquisizione e stipulò un concordato con la Chiesa di Roma, in cui si sancì la supremazia dello stato e in virtù del quale iniziò a tassare alcune delle numerosissime proprietà del clero, triplicando così le entrate fiscali. Aggiornò il sistema tributario e migliorò il caos legislativo con un suo nuovo codice. Istituì il Magistrato del commercio e intavolò trattative commerciali con turchi, svedesi, francesi e olandesi. Promulgò leggi per far incrementare l’agricoltura e la pastorizia. Istituì la Compagnia di assicurazioni e adottò provvedimenti per la difesa del patrimonio forestale e cercando di sfruttare meglio le risorse minerarie del regno. Eccetera.

Tracciando un bilancio del regno di Carlo a Napoli, lo storico Giuseppe Coniglio così scrisse: «… Carlo, alla vigilia della sua partenza per la Spagna era sicuro di aver provveduto nel migliore dei modi alla sorte dei paesi che erano venuti sotto il suo scettro. Aveva stabilito tutto quanto era possibile prevedere ed aveva ottenuto l’approvazione delle grandi potenze.» Nell’ottobre 1737, Carlo aveva sposato la giovane principessa Maria Amalia, figlia del re di Sassonia, la quale gli diede ben tredici figli, il primo dei quali fu un incapace mentale, ma poi vennero altri quattro figli maschi: Carlo Antonio, Ferdinando, Gabriele e Francesco Saverio.

E così, dovendo -inaspettatamente- salire sul trono di Spagna e dovendo in conseguenza lasciare il trono di Napoli, Carlo assegnò la successione sul regno di Napoli al terzogenito maschio Ferdinando e portò con sé il secondogenito Carlo Antonio come erede al trono spagnolo, sancendo definitivamente l’irreversibile processo di divisione delle due case reali, nonché dei due regni. Tuttavia, poiché Ferdinando aveva solamente otto anni, in Napoli fu insediato un Consiglio di reggenza guidato dal primo ministro, l’italiano Bernardo Tanucci. In Spagna Carlos III regnò per quasi trent’anni e per riassumere anche solo succintamente quanto di buono e di grande fece quel re per quel regno, non basterebbero pagine e pagine. Per poterlo comunque immaginare, basti sapere che Carlos III si insediò a Madrid nel pieno della sua maturità, personale, politica e governativa e conservò e accrebbe quella maturità per anni e anni, rimanendo in piena facoltà di governante, praticamente fino alla morte. E basti, altrimenti, sapere quanto e come a tutt’oggi, a trecento anni dalla sua nascita e a più di duecento anni dalla sua morte, è celebrata in Spagna la sua figura e la sua opera.

Tutto ciò spiega quell’apparentemente ‘strana’ domanda posta a titolo di questo breve relato: “Cosa sarebbe accaduto -nel nostro regno di Napoli- se quel re Carlo Borbone non avesse dovuto -nel 1759- lasciare il trono di Napoli per quello di Spagna? Cosa sarebbe accaduto -nel nostro regno di Napoli- se quel re Carlo Borbone avesse governato per ancora trent’anni, con quelle sue, ormai ben dimostrate e giustamente celebrate, eccezionali qualità di uomo, di politico e di governante? Indubbiamente è, di fatto, impossibile poter dare una risposta certa a tali domande, eppure, forse, -con un re come Carlo III sul trono di Napoli per altri trent’anni fino alla sua morte agli albori del secolo XIX e poi succeduto sul trono di Napoli dal suo erede diretto Carlo IV, che probabilmente non avrebbe sposato l’infedele Maria Luisa di Parma, eccetera…- la storia del regno di Napoli e quella del regno d’Italia… sarebbero state “tutta un’altra storia”. gianfrancoperri@gmail.com