«L’amore mio per te arde sempre sotto la cenere»: la passione senza età di Ungaretti per Bruna

di Giusy Gatti Perlangeli

«Mi sentivo forte, grande, una regina, come lui mi chiamava: prego che tutte le donne possano provare ciò che ho provato io».

È la poetessa italo-brasiliana Bruna Bianco, classe 1940, a pronunciare, commossa, queste parole. «Mi sentivo amata ventiquattr’ore su ventiquattro, persino di notte: lui mi sognava».

“Lui” è il nostro amatissimo poeta delle veglie nelle trincee sul Carso, delle epifanie mattutine, dei paesi e dei cuori più straziati, Giuseppe Ungaretti, classe 1888.

Il gap anagrafico di cinquantadue anni li unisce anziché separarli.

Vivranno tre anni legati da un amore intenso, profondo, totalizzante.

Il verso che Bruna predilige, tra le migliaia composti per lei, è fatto di due sole parole, essenziali: «Ti amo».

E qui, in questa frase, che alcuni considerano logora, abusata e perfino banale, c’è tutta la loro passione.

«Ti amo» diceva Ungaretti a Bruna e l’abisso temporale che c’era tra di loro si annullava nell’intensità di un sentimento spontaneo, autentico e immortale come la poesia.

Bruna Bianco, ventiseienne piemontese di Cossano Belbo (sei chilometri appena da Santo Stefano, paese natale di Cesare Pavese), si trovava in Brasile dal 1956, da quando, a sedici anni, aveva seguito il padre, produttore di spumanti. «Dovevo restarci per poco. Ci sono rimasta una vita».

«Finiva agosto – racconta Bruna (il 26, del 1966 n.d.r.) – Dopo una sua conferenza all’Hotel Ca’ d’Oro mi avvicinai trovando il coraggio per consegnargli una busta con le mie poesie. Bruttissime» commenta sorridendo. «Ungà mi invitò immediatamente a colazione. Rifiutai. Lui ripartì per Rio. Doveva restarci dieci giorni. Ce ne rimase solo tre. Una mattina, arrivando in ufficio, mi dissero che aveva chiamato una ventina di volte. E adesso il telefono squillava di nuovo».

Quando Bruna accetta di rivederlo, escono insieme in auto, guida lei: San Paolo appare agli occhi del poeta ammantata di un fascino tutto nuovo.

Non era la prima volta di Ungaretti in America Latina. Era arrivato con tutta la famiglia in Brasile nel 1936 su invito del Pen Club argentino.

L’Università di San Paolo gli aveva offerto la cattedra di Letteratura italiana che il poeta mantenne fino al 1942, anno in cui rientrò in Italia, per non finire in campo di concentramento.

Ma trent’anni dopo quel primo approdo, il poeta vede quella che era stata la sua città per sei anni attraverso gli occhi di Bruna: una megalopoli vivace, piena di contrasti, complicata e bellissima.

Girovagando entrano nei giardini dell’Agua Branca per trovare riparo dal traffico rutilante della capitale e lì la poesia esplode con la natura e l’amore:

«Era di lunedì

Per stringerci le mani

E parlare felici

Non si trovò rifugio

Che in un giardino triste

Della città convulsa».

Insieme si raccoglieranno in preghiera presso la tomba di Antonietto, il figlio del poeta morto a nove anni nel ’39 proprio a San Paolo a causa di un’appendicite malcurata. Una sofferenza indicibile che esprimerà nelle poesie de Il dolore.

Per Ungaretti l’incontro con Bruna ha l’intensità di un’epifania, di una folgorazione! Si scorda di avere quasi ottant’anni: «Abbandonò i bastoni, smise di camminare curvo» ricorda Bruna.

Il critico Walter Mauro (che con Ungaretti si era laureato) notò che: «Con sorpresa Piccioni (Leone, allievo, sodale e, con Luigi Silori, massimo studioso del poeta n.d.r.) lo vede abbandonare il bastone, l’abito serio e la cravatta, e iniziare a vestire maglioni a giro collo, a conferma di un repentino ringiovanimento, una sorta di tuffo all’indietro che ne rinfresca la mente e le forze». I miracoli dell’amore.

Per Ungà è una regressione nell’adolescenza a quando «innamorato – scrive in una delle lettere – andavo fuori di casa, correvo per le strade, telefonavo senza motivo a gente che cascava dalle nuvole… Aprivo un libro e lo richiudevo…Prendevo un foglio di carta, e ci facevo, senza accorgermene, scarabocchi… ero in uno stato di nervosismo che m’impediva di camminare e di stare fermo».

Il 12 settembre 1966 il poeta fisserà il momento in cui vede per la prima volta Bruna Bianco nei versi che le avrebbe dedicato poco dopo (in Dialogo, breve raccolta poetica scritta a quattro mani con la sua musa ispiratrice):

«Sei comparsa al portone

in un vestito rosso

per dirmi che sei fuoco  

che consuma e riaccende […].

Percorremmo la strada  

che lacera il rigoglio

della selvaggia altura.  

Ma già da molto tempo

sapevo che soffrendo con temeraria fede,

l’età per vincere non conta«.

Il giorno dopo, 13 settembre, la Bianco risponde:

Un vagante raggio ebbe la luce,

tenue filo dell’anima

del mio bacio donato

solo dal desiderio.

Ma dall’esilio ci libererà

l’ostinato mio amore».

La storia tra l’ottuagenario poeta e la ragazza di San Paolo è tornata in questi mesi alla ribalta in occasione della pubblicazione del volume Lettere a Bruna, a cura di Silvio Ramat, nelle librerie dal 12 settembre per Mondadori.

«Le parole dell’amore non si pubblicano con leggerezza» aveva detto Fernanda Pivano a proposito del suo carteggio con Cesare Pavese.

Oggi Bruna Bianco, avvocato, vedova, tre figli più un certo numero di nipoti, affabile signora bionda dal fisico asciutto, ha quasi la stessa età che aveva il poeta quando la incontrò nel ’66. Solo da poco tempo ha deciso di rendere noto quell’amore attraverso la pubblicazione delle lettere.

La sua relazione con Ungaretti era stata custodita negli anni con il pudore e il riserbo che i sentimenti più intimi meritano.

Sono lettere scritte tutte con inchiostro verde («Sono superstizioso, il verde è la speranza»), spesso ornate di scarabocchi amorosi, svolazzi e disegnini.

Cosa l’ha trattenuta prima e l’ha spinta poi a consegnare alla Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori le 400 missive che testimoniano la passione che li aveva stregati? «Ero frenata dai pregiudizi. “Ma che combineranno quei due?” malignava la gente. E poi la Bruna di allora era morta, sepolta, finita anche lei in quella cassapanca. Solo pochi anni fa ho deciso che era tempo di riaprirla» dice la Bianco.

Che un uomo anziano s’innamori perdutamente di una donna anche molto più giovane, non è raro. Inconsueto è il contrario. Bruna non “si accompagna” al personaggio pubblico, non subisce il fascino della sua notorietà, non cade preda della sindrome della luce riflessa.

Bruna si innamora di Giuseppe. Perde la testa. Punto.

Ma cos’è che le aveva fatto abbandonare ogni remora al punto da lasciarsi andare a questo vortice di sentimenti?

«Ungà trasmetteva forza a tutto il mio essere – confessa Bruna Bianco – Non mi è più capitato in vita mia. Mi disse: “Nessuno ti amerà mai come me”. Suonava come una specie di maledizione».

Infatti l’anziano poeta e la fanciulla saranno destinati a vivere un amore contrastato. Non dall’istinto protettivo del padre di lei, come sarebbe stato logico: «Mio padre non fece ostacolo. Del resto, Ungà lo rassicurava: “Sposerò sua figlia solo quando potrò garantirle un livello di vita come quello nel quale lei l’ha cresciuta”».

Nulla di fatuo o passeggero in un amore che non teme lo scarto anagrafico, né le latitudini: tant’è che il rapporto continua anche quando il poeta rientra in Italia.

«Tre anni di passione con rari incontri: sei in tutto, tre in Brasile, tre in Italia. Ha presente quella carta antimosche – racconta Bruna – che si usava un tempo? Io ero come una mosca, appiccicata alla carta di un amore venuto fuori con una forza inarginabile, un amore fatto di mani, la parte più sensuale di quell’uomo».

La prima delle lettere è datata 14 settembre 1966. Ungaretti la scrive sulla nave che lo riporta in Italia da uno dei suo viaggi in Brasile: si tratta, in realtà, di un telegramma indirizzato all’amata dove egli si firma come “nonno Ungaretti”.

«Quale apparizione di bellezza per alleggerirmi dal peso di male e di dramma che mi curva le spalle anziane».

Poi, un mese dopo: «Sta succedendo in me un fatto straordinario. Sono innamorato come un ragazzino, e non ho più da un secolo l’età, ed è assurdo (…)

Hai fatto un bel lavoro, Luce mia. Ora che cosa sarà di me?

Sono in tuo potere.

Un vecchio, sai quello che è un vecchio? Tutto il suo vigore, tutta la speranza, via via l’andavano consumando e riducendo in spettri, i ricordi. No, non è vero che il ricordo sia cordiale, il ricordo è crudele, consuma una persona a lento fuoco, insiste e giubila nel tormentarla, nello straziarla. Ma questo vecchio qui che Ti scrive, non ha più ricordi. Sei venuta. Perché sei venuta? E i ricordi li hai spazzati via. E prima c’è stato in me un gran vuoto, un deserto, un morire di sete. E poi è sorta la primavera d’un ricordo. Come farà a rimanere solo solo, così delicato, così verde, così fiorente, incolume in quelle sabbie squallide? Il tuo ricordo, e domani ancora la tua presenza?

Amore, amore mio. T’accorgi, non ho più vergogna di gridarlo. Pietà di me, sì, perché la mia ora dovrebbe essere passata.

Amore, amore mio.

Roma, il 26/10/1966 L’ indirizzo rimane sempre presso D’ Amico.

Devo muovermi sempre. Prima a Firenze, poi a Parigi, poi forse in Svezia e a Mosca, ecc.».

Da Grottaferrata, sabato notte, il 25 febbraio 1967:

«Non mi stanco affatto a scriverti, anzi mi riposo, mi conforta, ritrovo equilibrio, mi metto a sorridere tra me e me, mi metto a ballare, io che non ho mai ballato, è un ballo che ballo dentro di me, un impazzimento, un tripudio, e ti guardo, ti guardo, ti guardo all’ infinito ad ogni sillaba che traccio e che ti è rivolta. Vorresti privarmi dell’unica possibilità di vivere che mi resta? Vorresti uccidermi? No, no, non è questo mio scriverti che può essermi di peso e stancarmi, l’ opposto anzi è, è la guarigione, è la salute, è la libertà. Lo sai bene che l’unica libertà che possiede una persona umana è quella d’ amare, la mia libertà è che tu abbia voluto che t’ ami, dedicandomi amore. Vorresti togliermi ogni libertà? Lasciami ch’io ritrovi forza, quando sono stanco, almeno, giacché sono lontano, scrivendoti, amore.

Ora vado a letto, sperando di prendere subito sonno e di sognarti, e se rimanessi sveglio continuerei a conversare con te dell’ unica cosa seria al mondo, dell’ amore nostro. Buona notte, ti tengo stretta sul mio cuore, ti bacio, ho potuto scriverti, dormirò bene stanotte sognandoti.

Il tuo innamorato, ti bacia, Bruna mia».

I progetti matrimoniali appaiono concreti. «Sì. Le fedi erano pronte – conferma Bruna Bianco – Accompagnandomi all’aeroporto di Roma, Ungaretti mi disse: “La prossima volta tornerò per sposarti”».

Il poeta ha intenzioni serie: da Roma il 3 luglio 1967 le scrive:

«Dobbiamo trovare il modo di unire nel modo più regolare le nostre vite. Ora hai capito?

I giovani qui in Italia, e anche in Brasile, quelli veri, mi trovano il più giovane di loro. Vivo in mezzo a loro. Bada, chi mi accusa di vecchiaia, è nato vecchio, anche se ha la giovinezza dei somari. Sono in realtà vecchio. Il corpo non è stanco, anche se porta il peso di tanti anni. L’anima è ancora quella d’un fanciullo, bambina come la tua, pura come la tua. Sono in realtà vecchio. Ma rido e piango come un bimbo, senza essere un rimbambito; ma una persona che sogna con la virilità necessaria per dare alle cose un’immortale bellezza. Sai che cosa significhi la poesia, sei la poesia, e sei più che la poesia, sei inventrice, rinnovatrice di poesia. Certo ho molti anni. Non so quanti ancora da vivere. Forse pochi. E su questo punto, quando dovrai prendere la tua decisione, sarà bene tu rifletta».

Il destino però si mette di traverso.

Dalle lettere le motivazioni per le quali i due non riuscirono a convolare a nozze non emergono con chiarezza.

«Contro di noi giocarono pressioni esterne» dice genericamente Bruna.

All’interno della famiglia chi si oppone alle nozze è il genero di Ungaretti: pressioni «di un pezzo della famiglia di Ungà. La figlia Ninon era dalla nostra parte, ma il marito di lei si opponeva». Il poeta abitava con loro in una stanzetta di un appartamento dell’Eur.

Anche nella cerchia degli amici più stretti, c’è chi si ostina a convincerlo che quella per Bruna era solo una passione senile: «Cercavano di convincere Ungà che ero una fiamma destinata a non durare». Come le altre.

Le “altre” a cui allude l’entourage del poeta sono le donne che hanno fatto incursione nella sua vita prima e dopo la morte dell’amatissima moglie Jeanne Dupoix, nel 1958.

In realtà, in quegli anni, attorno a lui volteggiava un certo numero di fanciulle in fiore, allieve e ammiratrici. Gli amici lo prendono in giro, non senza malizia: «Ungaretti? Insieme a una vecchia non s’è visto mai».

Con Bruna però le cose sembravano diverse.

Il poeta voleva una vita con lei a tutti i costi. Aveva cominciato a pianificare il futuro: «metà dei soldi li avrebbe dati alla figlia, con l’altra avrebbe comprato una casetta a Capri dove saremmo andati a vivere».

Ungaretti ci conta sul Nobel del 1969, con l’ansia di un ragazzo che aspetta si sblocchi un’eredità o fondo fiduciario per poter sposare l’amata e metter su famiglia. Invece il premio viene assegnato a Samuel Beckett.

Ungaretti la prende male.

Il rapporto a distanza con Bruna si fa difficile: «Le telefonate tra Italia e Brasile erano infernali. Avvenivano tramite cavi sottomarini: nella cornetta sentivi solo la voce a singhiozzi e il boato del mare». E poi «Ungà aveva promesso che sarebbe venuto al mio compleanno, ma non si presentò. Mi offesi. Ho scoperto in seguito che gli avevano sconsigliato il viaggio: in Brasile c’era la dittatura e una sua visita non l’avrebbe messo in buona luce nella prospettiva del Nobel». E «guarda caso, a partire da un certo momento le mie lettere non arrivavano più, sparivano».

Lei avrebbe voluto che il poeta si trasferisse a San Paolo, ma quando, durante una trasferta negli Stati Uniti, si ammala seriamente, «capì che il tempo era scaduto. Anche per questo decise di sparire dalla mia vita. Voleva ridurmi la sofferenza» ricorda Bruna.

L’ultimo messaggio arriva in Brasile in un libro che contiene una dedica, datata 6 novembre 1969: «L’amore mio per te arde / sempre sotto la cenere. Unga’».

Ungaretti è stato “uomo d’amore” al di là e oltre le singole relazioni. Le donne lo hanno amato con uno slancio d’intensità pari alla passione che il poeta provava per loro.

A trent’anni si era innamorato perdutamente di Marthe Roux (la “ragazza tenue”, amata anche dal suo amico fraterno, il poeta francese Guillaume Apollinaire). «Sto combattendo al fronte –dice in una lettera inedita del febbraio 1918, scritta nelle trincee del Carso della Grande Guerra – Ma io mi sento distaccato da tutto (…) Io non ho che un desiderio immenso di riposo (…) Io vi ho amato, vi amo e vi amerò sempre e adesso non mi resta che questa speranza».

Questa in realtà fu una lettera d’addio.

Poco tempo dopo, infatti, a Parigi, Ungaretti avrebbe sposato Jeanne Dupoix che gli avrebbe dato tre figli.

Quando, dopo un lungo travaglio, Jeanne morirà, Ungaretti confesserà in una lunga lettera proprio all’amore francese di un tempo: «Sono abbattuto dal dolore, la parte più solida della mia vita è in una tomba. Non riesco più a dormire, mi sveglio la notte e mi muovo in casa come se fossi un matto».

Prima di Bruna Bianco c’era stata Jone Graziani, ex allieva e traduttrice dal francese, destinataria di un carteggio amoroso durato quasi sei anni (a partire dal 21 dicembre 1958) composto da 376 lettere, 41 telegrammi, e cinque versioni inedite di un importante componimento poetico dell’ultimo Ungaretti, il Canto a due voci (penultimo del Taccuino del vecchio).

Poi Dunja, la “capricciosa croata” enigmatica figura cui dedica la sua ultima poesia, L’impietrito e il velluto, scritta tra la notte del 31 dicembre 1969 e il 1 gennaio 1970 («Il velluto dello sguardo di Dunja(Fulmineo torna presente pietà»).

Infine Nella Mirone, la compagna degli ultimi giorni. Funzionaria della Mondadori, quarantenne, solo nel 1997 ha dato l’assenso alla pubblicazione delle foto private che li ritraggono insieme. Lo scatto più tenero è quello che mostra il poeta, ottantaduenne, mentre mangia una mela cotta con il cucchiaino offerto da lei.

Era innamorato della vita, Ungaretti, appassionato e generoso fino all’ultimo.

Un poeta capace di altezze poetiche vertiginose, all’apice della nostra galassia letteraria, eppure ricco di una compassione tutta intima e fraterna che solo chi ha vissuto tanto e si è portato un dolore interiore profondissimo sa provare.

L’intensità delle parole e dei sentimenti di Ungaretti, anche grazie a questo carteggio e alla generosità di Bruna Bianco, continuerà a illuminare il cammino di tutti coloro che vorranno percorrere con lui il sentiero della poesia, alla scoperta dell’uomo e del mistero della vita (“la poesia è poesia quando porta con sè un segreto“).

«Non so se sono stato un vero poeta, ma so di essere stato un uomo; perché ho molto amato e molto sofferto, ho molto errato e ho saputo, quando potevo, riconoscere il mio errore, ma non ho odiato mai».