Sarà internet un’invenzione del diavolo?

Non é la prima volta che il Blog di Beppe Servegnini –Italians– che mi capita di leggere con una certa frequenza sul Corriere della sera, mi stimola a riflettere, e spesso anche ad approfondire ed alle volte finanche a scrivere, su un qualche tema da lui direttamente o indirettamente trattato e che da subito mi risulta di speciale interesse. Una sintonia forse legata al fatto che, lui come io, viviamo un pó a cavallo tra l´America e l´Europa e che comunque spesso viaggiamo o viviamo ben oltre lo stivale, o forse anche dovuta a che entrambi siamo attratti o incuriositi dai tanti aspetti dell´idiosincrasia di noi italiani ed in modo particolare da quegli aspetti che riguardano piú da vicino le generazioni di italiani un pó piú giovani di noi due. E poi… di certo ci accomuna l´idea che la vita altro non sia che un continuo viaggio da dover ogni giorno riprendere, o completare, o ricominciare… e, comunque e sempre, da dover godere!

Il titolo del suo Blog dell´altro ieri era “Tranquilli l´internet non é l´Apocalisse” e, ancor prima di leggerne il contenuto, mi ha fatto tornare alla memoria una frase che poco meno di una decina di anni fa sentii pronunciare a Caracas da un giovane, il presidente degli studenti universitari di Cuba in  “visita ufficiale” nella Venezuela socialista, il cui nome non ricordo e che comunque non credo abbia importanza alcuna. La frase in questione era  “Internet es un invento del diablo” ed era stata in quell´occasione accompagnata da una lunga tediosa e rocambolesca dissertazione sui mali ed i pericoli della rete globale e sulla necesitá di dover combattere “quell´ignobile strumento dell´imperialismo americano” e di doverne impedire a tutti i costi la diffusione tra i giovani studenti.

Naturalmente quella frase e quella dissertazione non meritarono a suo tempo ed ancor meno lo meriterebbero oggi la mia attenzione, sia per la qualitá intellettuale dell´autore e sia per la infimitá intellettuale del contenuto: poco piú o poco meno che un insulto all´inteligenza umana. A Servegnini ha invece stimolato un pur breve commento, sia per la qualitá professionale del dissertatore e sia per la sobrietá del discorso, un intervento a cui ha assistito in questi giorni di metá settembre tenuto dal giornalista Federico Rampini, corrispondente da New York per Repubblica e fresco autore di “Rete padrona”.

Ed ecco qui alcune delle affermazioni di Rampini che hanno lasciato perplesso Servegnini: “Internet cancella la memoria! Internet succhia le nostre vite! Internet porta alla balcanizzazione dell’informazione!…”. Rampini poi, nel suo libro e dal palco ha, tra altro,  voluto segnalare che numerose e intere professioni sono sotto il minaccioso attacco di internet: traduttori, autori, librai, musicisti, medici, taxisti, giornalisti, etc., etc.

“É vero! -gli ha risposto Servegnini- ma così è sempre stato nella storia dell´evoluzione del mondo e dell´umanitá. I mestieri, come ogni altra cosa umana, si modificano e si adattano, o scompaiono. Se i medici non sapranno fare diagnosi migliori di Wikipedia, e se i traduttori non sapranno tradurre meglio di Google Translate, e se i librai non sapranno proporre lo stesso servizio di Amazon, e se i giornalisti non sapranno che dare solo notizie gratuitamente reperibili ovunque, etc., etc. Be’ allora è giusto che tutti siano congedati. Ma tutto questo molto probabilmente non accadrà mai, perché la rete è padrona solo se noi vogliamo esserne schiavi”.

Ebbene, io credo proprio che la lettura corretta del fenomeno, ormai globale inarrestabile ed incontrastabile di internet, debba partire da quell´ultima affermazione di Servegnini perché, infatti, non é per niente vero che la rete sia necessariamente una “Rete padrona”: siamo noi stessi ad avere gli strumenti e la capacitá di accettare e di usare “il buono” e di rifiutare e di bloccare “il cattivo”. E sia dell´uno che dell´altro, nella rete certamente ne possiamo ritrovare in abbondanza.

Un elenco pressoché completo? Impossibile da tentare, sia sul versante del “buono” che su quello del “cattivo”. Ma, senza voler entrare nello sconfinato e troppo facile da difendere campo degli usi positivi e vantaggiosissimi che della tecnologia online si possono fare nel mondo del lavoro e dello studio, come si puó omettere di commentare quanto incredibilmente meraviglioso sia, per un´infinitá di genitori e di nonni, poter parlare con figli e nipoti comunque lontani, ed addirittura vederli, su Skype? E che dire della comodissima ed efficientissima posta elettronica, con le famigerate e gratuite e-mails?

Come si puó denigrare di internet, se solamente si pensa a come sia incredibilmente facile e indispendioso poter comunicare ed interagire istantaneamente con praticamente chiunque abbia, in qualsiesi parte del mondo si trovi, un moderno telefono cellulare munito della gratuita applicazione WhatsApp? Come non riconoscere l´enorme vantaggio che rappresenta, per chiunque ne abbia la necessitá o la semplice voglia, il poter reperire e magari acquistare a un prezzo certamente competitivo e da qualsiesi parte del mondo, un prodotto su Amazon o su Alibabá?

E quanto vale per la salute fisica e mentale di tantissimi di noi, poter conoscere in tempo utile le condizioni rutinarie o eccezionali del traffico cittadino o autostradale, semplicemente consultando il nostro cellulare? O quanto felici, consciamente o inconsciamente, possiamo sentirci ogni qual volta stiamo cercando di raggiungere un indrizzo ingarbugliato, magari in una cittá sconosciuta o in un paese sconosciuto con inclusa la lingua, ed abbiamo a disposizione Google Maps o Waze?

E degli aspetti negativi della rete, del “cattivo” da rifiutare e da bloccare? Se ne puó certo parlare ancor piú a lungo, e su questo stesso mio Blog ne ho infatti parlato, ed in piú occasioni: per esempio della dipendenza, anche patologica, da Facebook o da WhatsApp o, dal semplicemente “Navigare” con il rischio di finir col vivere “virtualmente” a scapito del vivere “realmente”, o dell´inconvenienza della iperinformazione incontrollata incensurata e ritrasmessa senza nessun contributo autonomo o personalizzato o critico, etc., etc.

Ma di cattivo c´é anche dell´altro, e magari di ancor piú pericoloso in quanto spesso subdolo: la perdita della famosa “privacy”, tanto per riassumere al massimo il concetto. I grandi giganti di internet, Google, Facebook, Twitter, Amazon, etc., continuamente e sottilmente ci tentano infatti con lo scambio: comodità e gratuitá in cambio di un pezzetto della nostra vita privata.

Peró lo si può non accettare o almeno lo si puó circoscrivere, innanzitutto con i comportamenti personali e anche, e per certi altri aspetti principalmente, da parte di chi deve proteggere i singoli e puó averne o crearne i mezzi per farlo: da parte cioé dello Stato.

Ma questi deve farlo con inteligenza ed apertura mentale, e non certo censurando, o criminalizzando, o perseguitando, altrimenti rischierá di intraprendere solo una battaglia  “donchiscotesca” e di scontrarsi inutilmente contro il tempo, contro la modernitá, contro l´evoluzione stessa dell´umanitá. E si… proprio cosí, caro Rampini!

gianfrancoperri@gmail.com